Il Lavoro Liberato

Di Mario Giacomini

 


Indice

9 Giulio Sapelli — Il lavoro nel nuovo capitalismo

27 Nota del Curatore

31 Introduzione

35 Capitolo primo — Il lavoro secondo la Chiesa cattolica

39 Capitolo secondo — La riforma e il capitalismo

43 Capitolo terzo — Utopia marxista e ateismo

49 Capitolo quarto — Il significato del lavoro

53 Capitolo quinto — Spunti storici su una nuova idea del lavoro

61 Capitolo sesto — Metamorfosi del rapporto di lavoro

67 Capitolo settimo — L’impresa e la sua evoluzione

71 Capitolo ottavo — Mercato e democrazia

81 Capitolo nono — Un mercato a misura d’uomo

109 Capitolo decimo — Verso un nuovo assetto del lavoro

119 Capitolo undicesimo — Lo sviluppo e l’organizzazione del la¬voro svolto in modo autonomo

129 Capitolo dodicesimo — L’istituto della cooperazione come
forma di lavoro collettivo

139 Capitolo tredicesimo — L’organizzazione e il funzionamento del complesso delle ACL

153 Capitolo quattordicesimo — Aspetti fiscali e previdenziali della nuova organizzazione del lavoro

173 Capitolo quindicesimo — Effetti micro e macroeconomici del la¬voro liberato

203 Capitolo sedicesimo — Democrazia economica ed ecologia

223 Conclusione

231 Appendice di S. Cecchi

235 Intervista a F. Fedele, Segretario generale CGIL Milano

239 Bibliografia


Giulio Sapelli

Il lavoro nel nuovo capitalismo

1. Il nuovo capitalismo

Il libro che qui si presenta al lettore è un testo che affronta una delle questioni cruciali del futuro: il lavoro.
Vorrei iniziare le brevi pagine che sono il frutto della lettura di questo testo prodotto dall’ Istituto Lombardo per gli studi filosofici e giuridici, contribuendo anch’io alla riflessione. Dando, insomma, a essa un contributo non di maniera ed esaudendo in tal modo, lo spero, il mio compito secondo le regole che sono proprie della comunità scientifica.
E vorrei farlo giungendo al tema del lavoro partendo da quello che io chiamo l’avvento del nuovo capitalismo.
La più grande trasformazione oggi in corso è quella della diffusione crescente del meccanismo di allocazione dei diritti di proprietà di tipo nord-americano in altri contesti sociali, grazie alla globalizzazione e all’avvento del capitalismo finanziario mondiale che ha sconfitto il capitalismo industriale e che, dopo la grande crisi del 1973-74, si sta affermando su scala planetaria. Il cuore del meccanismo della riproduzione allargata di questo capitalismo è l’eliminazione di tutto quanto non è scambiabile attraverso meccanismi di mercato e di tutto quanto non è governabile dal processo di trasformazione del denaro in merce e della merce in denaro. Il cuore del processo di valorizzazione del capitalismo finanziario planetario è la tendenza alla riduzione a scambio di mercato di ogni rapporto sociale nella sua immediatezza.
Come è potuto accadere tutto ciò?
La prima cosa da ricordare è che termina soltanto ora la Seconda Guerra Mondiale: gli USA non debbono più sostenere i gruppi dirigenti dell’Europa e dell’Asia, con i loro capitalismi nazionalistici e protezionistici. Sino al 1989 hanno dovuto sorreggerli in ogni modo in funzione antisovietica e antistaliniana, nonostante i vincoli che ciò poneva al processo di dispiegato allargamento del loro capitalismo industriale e finanziario. Ora, salvo che in Asia, dove la minaccia cinese è potente ma soltanto “regionale”, priva della capacità egemonica planetaria che manifestò l’URSS, gli USA possono e debbono, pena una gravissima crisi di sovrapproduzione, espandere il meccanismo del capitalismo anglosassone in ogni dove. Ma per fare ciò debbono diffonderlo nel cuore della proprietà e del governo dell’impresa anche laddove esso, come ho testé detto, non si era diffuso.
La matrice del cambiamento è nella competizione di tipo nuovo caratteristica del capitalismo finanziario che si è ormai irreversibilmente affermato rispetto a quello industriale, soppiantandolo. La nuova competizione impone di raggiungere dimensioni di scala e di focalizzazione delle risorse attraverso masse critiche di tecnologie e di capitali che impongono quote di capitale fisso e di investimenti che non possono più essere raccolte per via agnatica e ascritta. Il dono dell’ereditarietà e l’omofilia della consanguineità non consentono più di accumulare le quote di capitale fisso necessarie per affrontare la globalizzazione. Di qui il ricorso alla generalizzazione dello scambio nella raccolta e nell’allocazione dei diritti di proprietà e di qui il predominio, più o meno rapido e crescente, dei meccanismi dello scambio quali quelli della borsa (dove per eccellenza si può scambiare, tramite scambio di mercato, la proprietà) e della liberalizzazione dei mercati finanziari, che sono il meccanismo attraverso cui questa generalizzazione dello scambio di mercato si diffonde.
Ciò accade in ogni dove sul globo terracqueo, dall’Asia, in primis in Giappone (che pareva impermeabile a questo processo), sino all’Europa continentale, con il disgregarsi delle grandi imprese familiari in Italia e dei sistemi di controllo bancari in Germania, come le vicende recenti di questi capitalismi dimostrano.
La resistenza al dilagare dello scambio di mercato in questo campo, non a caso, viene dalla sovranità statuale, laddove il principio dell’allocazione politica delle risorse economiche sottrae le stesse allo scambio di mercato.
Non è un caso che questo accada soprattutto in Francia, dove l’appartenenza alla cittadinanza repubblicana è sottratta sia allo scambio di mercato sia allo scambio di non mercato, essendo condivisa da tutte le parti politiche al di là delle divisioni partitiche, in un durkheimiano sur moi che pervade la Nazione e la società, prima che la persona stessa (c’est la Republique...).
Quello che conta qui sottolineare è la crescente pervasività dello scambio di mercato rispetto ai meccanismi di dono e di contro dono, di obbligazione a rendere che sono stati storicamente tipici della grande impresa asiatica ed europea nel controllo della proprietà.
Questo processo è evidente anche nei meccanismi di governo della grande impresa. E questo fenomeno costituisce un rilevante elemento di novità.
L’impresa è sempre più sottratta, nel governo delle sue risorse interne manageriali (non operaie, si badi bene!) e nel feticismo delle relazioni sociali, al principio di gerarchia. Ossia, il criterio di fondo per il governo dell’impresa non è più quello dell’integrazione e della coerenza sociale, come era un tempo. Tale criterio era in primis governato la una logica affettiva e di identità, fondata sulla fedeltà di relazioni sociali che venivano — per il loro porsi all’interno dell’impresa e non sui e nei mercati che la circondavano — regolate da criteri personali (affidati al potere indiscusso del top management) di valutazione delle prestazioni, che si misurava sostanzialmente con criteri extra-economici. Oppure, quando tali fattori economici intervenivano nel processo di governo e di selezione delle carriere erano strutturati secondo una valutazione dei risultati finali, esterni all’impresa: ai risultati, insomma, conseguiti sul mercato su cui l’impresa agiva e con il quale interagiva, contribuendo tanto potentemente a configurarlo. Il processo di valorizzazione, del resto, veniva regolato e gestito secondo una logica complessiva, di “gruppo”, laddove parti dell’impresa potevano essere deficitarie mentre altre redditizie: il loro incontrarsi generava equilibrio ed era il risultato economico finale e complessivo a essere decisivo per la morfologia della logica economica e del potere.
Questo meccanismo teneva lontano il mercato dall’interno dell’impresa ed essa era intesa come un organismo amministrato da una coorte manageriale e direttiva. L’impresa, infatti, si costituiva internalizzando risorse secondo filiere tecnologiche e di potere che erano estranee, nel loro articolarsi come elementi costitutivi dell’impresa stessa, alla logica pervasiva di mercato. Il mercato era il regolatore finale sulla base dei risultati raggiunti ed era esterno all’impresa: essa, al suo interno, era sottratta al meccanismo di scambio di mercato.
Questo concetto è essenziale.
L’impresa, nel suo interno meccanismo di governo dirigenziale, era permeata da meccanismi di scambio non di mercato — donare, accettare il dono, ricevere e rendere — nelle relazioni sociali dei suoi alti gruppi manageriali. Tali relazioni sociali si articolavano secondo una allocazione del potere fondata su una cristallina omofilia di gruppo professionale, storico-locale, politico-partitica (in primis nelle imprese a proprietà statale).
La quintessenza del potere personale, risiede nella gestione della cuspide del potere della grande impresa moderna. Qui vigeva e vige il principio di dono e di obbligazione a rendere secondo una filigrana del potere che è bene esplicitata dalla precondizione generale dell’organizzazione sociale: Garder pour (pouvoir) donner, donner pour (pouvoir) garder.
Ciò che si tratteneva, che si sottraeva allo scambio del dono e del contro dono era il controllo finale sui mezzi di produzione; fosse esso generato dalla proprietà o fosse esso generato dal controllo della e sulla gerarchia manageriale. Tutto il resto veniva distribuito e allocato attraverso il meccanismo del dono e dell’obbligazione deferente e della costrizione a rendere. La solidità di questo meccanismo risiedeva nel fatto ch’esso non era e non è evolutivo, à la Thurnwald e à la Mauss (dalla prestazione totale tra gruppi alle prestazioni individuali sino allo scambio monetario e impersonale), ma si presentava come una realtà che pareva irreversibile e destinata a connotare indefinitivamente la gestione della grande impresa.
Una delle caratteristiche salienti del capitalismo finanziario è stata la disgregazione di questo meccanismo di governo della grande impresa e la sua disintegrazione in un complesso di unità di affari che debbono ciascheduna generare profitto senza attendere la realizzazione del valore del bene prodotto sul fronte del mercato esterno all’impresa.
Ora è il mercato a entrare prepotentemente nell’impresa. Infatti, attraverso un meccanismo di contabilità e di controllo continuo delle procedure (la “catena del valore”) si simulano i meccanismi di mercato all’interno stesso dell’impresa. Essa non è più concepita come un’entità aggregata dal principio di gerarchia, ma come un insieme mutevole di fattori governati dal principio di “transazione”, ossia dallo scambio contrattuale di mercato, generalizzato anche all’interno stesso dell’impresa.
Di qui, e non è un paradosso, ma una logica conseguenza di tale principio, l’esternalizzazione crescente di segmenti produttivi, di servizi, di funzioni direttive dell’impresa. Se è possibile produrre e gestire con minori costi (di quelli che si sostengono all’interno) processi di fabbricazione e servizi al di fuori dei “classici” confini dell’impresa, essi debbono essere espulsi dalla medesima e affidati a produttori e gestori esterni all’impresa, ai fornitori. Questi processi di outsourcing danno luogo a meccanismi di sfruttamento delle risorse fisiche e umane e di spese fisse che possono essere governati meglio al di fuori dei confini dell’impresa, diminuendone i costi di personale e di organizzazione.
Ma ciò produce e sta sempre più producendo — tanto che si levano avvertimenti assai preoccupati anche da parte di importanti gruppi legati al capitalismo industriale e non finanziario — la disintegrazione e la frantumazione della grande impresa. La manifestazione più evidente di questo processo è la diminuizione — sul piano mondiale — delle sue dimensioni di scala, con la conseguente riduzione radicale dell’occupazione.
I meccanismi di valutazione delle prestazioni dirigenziali hanno subito una trasformazione radicale. Si sono in primo luogo diffusi meccanismi di incentivazione rispetto ai risultati raggiunti nei singoli segmenti in cui si suddividono le imprese, sulla base di quel meccanismo prima sommariamente descritto.
Il mercato penetra dunque potentemente nell’ impresa ampliando l’area delle relazioni impersonali e riducendo quella delle relazioni personali. Nulla, nei sistemi manageriali, appare essere sottratto allo scambio.
In verità non si tratta che di un processo di reificazione più raffinato. Al mercato si sottrae il potere: sempre. Rimangono gli “dei” del potere sul e del mercato: essi governano lo stesso mercato, sottratti a esso, pena la loro caduta di legittimità.
Si tratta di un potente processo di reificazione del self dirigenziale:
il mercato governa, nella visibilità, tutte le transazioni. Ma il dono rimane. E si dà invisibilmente, nell’occulto arcano del potere. Esso è incarnato da coloro, spesso un piccolo gruppo, che fissano le regole della simulazione di mercato e gestiscono le relazioni personali che precedono l’applicazione delle regole di mercato nell’impresa, fissandone le caratteristiche, nella consapevolezza delle conseguenze di ogni genere che esse possono produrre. Questi gruppi di potere — nuovi sacerdoti dello scambio monetario — disegnano il contesto in cui può dispiegarsi tale potere, che si presenta e si articola nella praxi reifìcata come potere impersonale di mercato.
Quest’ultimo diviene, però, l’ultima reificazione possibile: si dà mentre coloro che lo regolano a esso si negano, organizzandone, infatti, le stesse regole. In questo senso esso si spoglia dell’autorità e si presenta come pura forma di dominio nella sua nuda sostanza “tecnica”.
Ma, nascosto da questa nudità (e si tratta quindi di un assai fragile nascondimento), continua a sussistere e ad alimentarsi un nesso strettissimo tra potere personale — e quindi relazioni personali — e potere impersonale — e quindi relazioni impersonali. Esso può con facilità essere intravisto. E quando ciò accade il mercato si presenta spoglio di ogni “morale di sostegno”, e può, di conseguenza, essere messo in discussione e negato in forma radicale dalla coscienza degli attori sociali che ne provocano la delegittimazione.
Il rapporto personale quindi non scompare: questo fenomeno va fortemente sottolineato. Esso attraversa, piuttosto, una fase di superreificazione.
La manifestazione più evidente e paradossale — essa sì — rispetto a quanto ho sin qui affermato, la si trova nel campo della prestazione lavorativa del lavoro vivo, di quello che contribuisce al processo di valorizzazione e che quindi non è né manageriale, né — in qualsivoglia forma — direttivo.
Questo paradosso si presenta là dove la merce trova la sua valorizzazione attraverso un processo di crescita della produttività che aumenta in forme prima inusitate la riduzione e la subordinazione del lavoro vivo al lavoro morto, incorporato in tecnologie sempre più distruttrici di lavoro vivo.
Tutto ciò avviene nella ricerca, tuttavia, della riattualizzazione e della riformulazione delle relazioni personali tra i soggetti e dello scambio non di mercato, di cui dovrebbero essere portatori non tanto i gruppi direttivi e proprietari d’impresa, quanto, invece, i lavoratori subordinati. Quando questo processo si verifica, esso dà luogo a forme di relazione personale che si propagandano come non sussunte — nel processo di reificazione — ai rapporti tra cose.
Tutto ciò si evidenzia nelle nuove forme di prestazione del lavoro vivo della cosiddetta “fabbrica post-tayloristica e post-fordistica”. In essa viene richiesta ai soggetti lavoratori subordinati la partecipazione e 1’ “obbligazione attiva” al processo di fabbricazione e di valorizzazione.
La reificazione capitalistica viene in tal modo occultata e insieme sacralizzata tramite l’esaltazione di forme sacrificali. Si tratta di una sapiente opera di costruzione di un simbolismo neo-funzionalistico che enfatizza le logiche affettive e le utilizza per occultare il meccanismo di potere corporato tipico dell’impresa e delle grandi organizzazioni. Ed è questo l’altro volto della diffusione dispiegata dello scambio di mercato nella grande impresa capitalistica moderna.
La relazione tra dono e mercato nella grande impresa capitalistica si fa, dunque, ancora più complessa quando si esamina il suo concreto farsi nelle relazioni subordinate di lavoro.
La riflessione analitica è, come è noto, assai vasta dal punto di vista sociologico, ma assai carente dal punto di vista etnografico e ancor più da quello antropologico. Sulla questione del dono e del suo rapporto con il mercato non esiste nulla di rilevante scientificamente. Eppure tale prospettiva è decisiva per comprendere le trasformazioni in corso.
Il lavoro vivo, in questi anni più recenti, è coinvolto in quello che possiamo chiamare il “rovesciamento del processo di subordinazione dal meccanismo di scambio non di mercato a quello di mercato”. Nel caso della proprietà e del controllo, infatti, è quest’ultima forma di scambio che, come ho già detto, subordina a sé la prima. Nel caso, invece, della regolazione e della subordinazione del lavoro vivo, è la forma di scambio di non mercato che cerca di subordinare a sé quella di mercato.
Facciamo il punto sul quadro strutturale della situazione.
La cosiddetta esperienza “taylorista e fordista” ha contrassegnato un’intera epoca dell’organizzazione del lavoro vivo nella grande impresa. Essa si caratterizzava per la forte integrazione tra norme di regolazione sociale (stili di vita e pratiche di lavoro), processi tecnologici di fabbricazione e modelli organizzativi dell’impresa. Il “fordismo” fu in grado di stabilire una sorta di convergenza virtuosa tra questi paradigmi: i processi di organizzazione della società e delle persone che in essa elaboravano i loro universi di costruzione del self, le loro pratiche lavorative.
È importante sottolineare che quello che si usa chiamare “fordismo” interessò, con le sue regole e i suoi costumi, sia l’ordine sociale globalmente inteso, sia l’ordine produttivo specificatamente determinato. Quest’ultimo si pose al centro del primo, sottoponendo le persone alle regole della parcellizzazione e della razionalizzazione strumentale lavorativa. Essa veniva realizzata sulla base della pervasività assoluta della logica dello scambio di mercato: il lavoro scomposto era retribuito con una razionalità strumentale che aveva nell’economia monetaria un principio di pervasività globale e onnicomprensiva.
L’essenza del “fordismo”, infatti, è il “taylorismo” (non la “regolazione sociale”). È la forma di scambio di mercato che rende il lavoro una merce in tutta la sua globalità. Essa non vorrebbe mai lasciare spazio a forme non di mercato attive e operanti nella prestazione lavorativa. Solo in questo modo essa, in una società capitalistica, può immaginare il divenire dell’organizzazione sociale, con nuovi livelli di consumo e di ampliamento del più generale tenore di vita. Questa globalità è determinata dal fatto che lo scambio sottintende il processo di sfruttamento e di creazione del plusvalore: ciò che si presenta come scambio era ed è subordinazione del lavoro vivo al lavoro morto.
Pur tra mille difficoltà — determinate dalla difesa e dalla trasformazione del sociale sottratto al mercato dinanzi a questo processo — la convergenza tra produzione e ordine sociale attraverso il predominio della forma di scambio di mercato si realizzò soprattutto nei punti più alti dello sviluppo industriale capitalistico, ma con forme e misure assai disuguali. Negli USA si invera precocemente a cavallo della Prima Guerra Mondiale; nell’Europa Continentale soltanto negli anni Trenta;nell’Europa del Sud si realizza tardivamente negli anni Cinquanta e Sessanta nei Nuovi Paesi Industrializzati di cui oggi tanto si parla, si sta affermando soltanto ora, in specialissima e abnorme misura, con tutti i “vantaggi” dell’arretratezza economica. Essa, infatti, consente di passare da uno stadio all’altro dell’evoluzione del macchinismo senza far proprie tutte le tappe della diffusione del processo di valorizzazione capitalistica: dal “pre-taylorismo” si può passare, talvolta, direttamente al “post-taylorismo”.
In definitiva, il “fordismo” era venuto costituendosi fondamentalmente come un sistema di convergenze rigide tra i fattori della produttività. Convergenze garantite dalla stabilità della crescita, dalla bassa turbolenza dei mercati, dal ruolo fortissimo dello Stato sia a livello dei finanziamenti alle imprese sia a livello dei trasferimenti di reddito alle famiglie, oppure a livello di garanzia delle prestazioni universalistiche di sostegno tipiche di una versione specifica del Welfare State.
Il nuovo modello di fabbricazione che emerge oggi dalle viscere Iella produzione industriale più avanzata è la risposta alla crisi di quel modello di convergenze, allorché quelle rigidità divengono insostenibili.
Alla base, infatti, del nuovo modello di fabbricazione sta la cosiddetta “produzione snella”, ossia una produzione che risolve il problema perenne della riduzione dei costi con un uso “frugale” dell’automazione e un uso “spietato” del tempo.
L’uso “frugale” dell’automazione deriva dai fallimenti della fabbrica completamente robotizzata: fallimenti imposti dalla non più esistente convergenza tra solvibilità della domanda e produzione di massa. Ora essa è a scarsissima intensità di lavoro umano e ad altissima intensità di capitale fisso: le turbolenze dei mercati e i livelli competitivi impongono, infatti, tali gradi di flessibilità che nessuna automazione integrale può, sino a ora, tecnologicamente consentire, se non a costi altissimi. Il tutto è aggravato, inoltre, dal fallimento del “fordismo” (che nessuno ricorda mai) sul piano della creazione di una “società di consumatori e di occupati”: la società da esso costruita è, infatti, disuguale, sia nei consumi, sia nell’occupazione.
La variabilità dei mercati e quindi della massa prodotta deve essere oggi affrontata con quella che si chiama “flessibilità globale”, pena la morte dell’impresa capitalistica. Tale “flessibilità globale” è perseguita attraverso un processo di creazione di “flessibilità locali” importanti e decisive. Tali flessibilità sono necessarie perché oggi si opera sempre con l’incubo della sovracapacità produttiva e nell’universalità del presupposto che le forme della divisione del lavoro e le forme dell’estensione dei mercati sono strettamente intrecciate, più di quanto non lo fossero un tempo.
Ora la crescita mondiale non è più sostenuta e continua, ma bassa e incostante. Rimane, tuttavia, il principio di continuità tra vecchio e nuovo modello: il lavoro e le sue regole debbono essere prescritte, ossia programmate e incorporate nella tecnologia e nel sistema di norme fatte proprie attraverso un rapporto di subordinazione dagli uomini che lavorano.
Ma è proprio questo rapporto di subordinazione che oggi si deve occultare per consentire al meccanismo di funzionare.
Qui interviene il cambiamento più rilevante per il nostro ragionamento. Oggi, alla prescrizione burocratizzata e di scambio di mercato, tipica del controllo tayloristico, sta sostituendosi la prescrizione tecnica e di scambio non di mercato. Solo questa forma di scambio, infatti, può consentire alla prescrizione tecnica di divenire altamente pervasiva in un contesto di crescente flessibilizzazione di tutti i fattori della produttività. Infatti, tale flessibilità può realizzarsi soltanto grazie all’ autocontrollo e all’autoprescrizione dei tempi e dei ritmi da parte dei lavoratori, una volta che siano definiti gli obiettivi.
Si può comprendere quanto sta accadendo se ricordiamo che dalle nuove forme di produzione emerge un principio generale di convergenza tra tecnologia, organizzazione e regole sociali diverso da quello rigido del passato: il “sincronismo adattativo”. Esso deve fondarsi sulla semplificazione delle operazioni e insieme sull’alta flessibilità delle prestazioni degli uomini.
Nel “fordismo” prevaleva un principio “omeostatico”, ossia di contiguità e di omogeneità di lungo periodo che poteva essere governato con meccanismi impersonali, regolati da scambi immediati di mercato (lavoro “quantificato” contro denaro).
Nel “sincronismo adattativo” il proposito manageriale e direttivo è quello di realizzare continuamente l’integrazione dell’impresa con il mercato sfidando la turbolenza di quest’ultimo: ma è possibile far ciò soltanto rifiutandosi di “quantificare” il lavoro, come accadeva nel “taylorismo-fordismo”. E questo perché, con i gradi elevatissimi di flessibilità ora richiesti, questa “quantificazione” sarebbe costosissima e così gravosa dal punto di vista burocratico, da non poter esser governata neppure dal più raffinato sistema informatico. Nel modello della precedente produzione di massa era possibile separare la produzione dal mercato e dall’ambiente attraverso il sistema delle scorte che proteggevano l’impresa dalle variazioni dei mercati. Ora questa separazione non è più possibile: l’integrazione con gli sbocchi di consumo deve essere ricercata sia grazie alle nuove possibilità dalle prescrizioni tecniche e tecnologiche, sia dalla disponibilità a donare da parte del lavoratore.
Il modo del capitalismo, come in un gigantesco “carnevale”, si rovescia. Sino a poco tempo fa era il possessore dei mezzi di produzione a “donare”: il “paternalismo” industriale sta lì a dimostrarlo, con le sue cattedrali operaie, città-fabbrica, colonie per i bambini, ospedali e sanatori, mutue pensionistiche e assicuratrici. Il tutto offerto per solidarietà e, insieme, per obbligare alla contro-prestazione del “rendere”: rendere che cosa? La subordinazione, naturalmente. Essa, come ci ha insegnato Godelier, è l’altra faccia del dono.
Ciò che era sottratto a tale scambio non di mercato era l’essenza di questa subordinazione: la proprietà e la separazione tra direzione ed esecuzione del lavoro, che rimaneva saldamente nelle mani di coloro che si dimostravano solidali.
Ora i termini del problema stanno cambiando. La tendenza generale per cui il dono è divenuto una questione soggettiva e personale s’interseca ormai con la prevalenza, in altre sfere della vita della società, di forme di scambio non di mercato che si presentano in forme collettive. È il caso, nella grande impresa capitalistica, del lavoro subordinato, che si vorrebbe veder donare partecipazione e appartenenza agli “dei” del potere dell’impresa.
Questo è l’essenziale. Ma essenziale è anche il fatto che ora questa forma di scambio non di mercato non si presenta più come una forma di resistenza al dilagare dello scambio di mercato, ma ne diviene una nuova e più raffinata struttura di sostegno: pare divenirne una condizione di esistenza.
Nel carnevale del “sincronismo adattativo, post-taylorista e postfordista”, il dono è ora un processo che si presenta come manifestazione più dell’orientamento all’azione dei lavoratori che dei proprietari e dei dirigenti, la cui vita d’impresa è, invece, sovradeterminata dallo scambio di mercato.
Qui è la sconvolgente novità dei processi in corso. Nelle regole istituzionali che sovradeterminano la fabbricazione e la produzione a livello operaio, si sta compiendo un decisivo passaggio dalla logica definita come “conflittuale” alla logica definita come “cooperativa”.
Occorre comprendere perché questo processo si verifichi. Una prima causa è senza dubbio il fatto che si sono realizzati, a questo proposito, importanti passi avanti con la riduzione della fatica e del disagio lavorativo.
Ma solo questo non è sufficiente per spiegare il fenomeno. Nel contempo, infatti, all’operaio si chiede di “partecipare” non solo alla gestione della flessibilità a livello micro-sociale, ma anche e soprattutto all’estensione dei carichi di lavoro e di responsabilità.
E questo mentre, spesso, si assiste a un abbassamento dei livelli salariali e a una compressione dei profili di carriera. E questo, ancora, nel contesto di una diffusa disoccupazione di massa, con le conseguenze che ciò provoca nell’orientamento all’azione dei soggetti.
Si definisce, allora, la contraddizione: il “dono” si propone come alternativa allo scambio di mercato in un contesto di costrizione dei soggetti. Qui sta l’arcano: si dona in condizioni di costrizione.., eppure si dona... Questo è innegabile: lo si rileva da moltissime ricerche e anche da esperienze personali di chi scrive questo saggio.
Lo scambio di mercato costringe — si potrebbe dire — allo scambio di non mercato e ne alimenta la diffusione. Ma si tratta veramente di un dono? E qual è il rendere da parte del soggetto che è destinatario del dono? L’interrogativo, in definitiva, è il seguente: questa crossfertilization si stabilizzerà, oppure non si tratta che di una fase temporalmente molto limitata della trasformazione del meccanismo di accumulazione allargata del capitalismo?
Rispondere a questa domanda è decisivo: se a essa non si dà una risposta affermativa lo stesso “post-taylorismo” e lo stesso “post-fordismo” sono messi in discussione.
Aumenta il rischio che, a poco a poco, anziché la partecipazione, si diffonda l’anomia, il distacco affettivo, il non riconoscimento emotivo, la sostituzione delle pratiche strumentali alle logiche espressive. Se questo si diffondesse, il principio di dono, personale, individuale, sarebbe colpito a morte, con l’incepparsi del “sincronismo adattativo”: a partire esattamente dalla cellula elementare di esso, ossia dalla fabbricazione.
In questo senso è drammatico osservare quanto accade in Giappone, con il lento ma irreversibile disgregarsi del modello partecipativo, esattamente a livello delle norme sociali.


2. Il lavoro come questione sociale nel nuovo capitalismo

La questione del “nuovo capitalismo” richiama prepotentemente al problema del lavoro.
È merito del libro che qui si presenta al lettore porre questa essenziale questione al centro della riflessione. Il disegno intellettuale che tutto lega l’ordito del lavoro è la proposta di superare la prestazione lavorativa tradizionale subordinandola sì al mercato, ma non al capitale.
Il lavoro, con forti connotati utopici ma altrettanto forti motivazioni scientificamente fondate, potrebbe così divenire un soggetto tanto economico quanto politico-sociale in grado di confrontarsi con lo stesso capitale.
La professionalità, l’imprenditorialità autonoma o associata e la separazione che ne può conseguire tra lavoro e salario è la via maestra, secondo il testo, per realizzare un nuovo equilibrio sociale, che va ben oltre l’equilibrio tra il capitale e il lavoro. La realizzazione di tale utopia consentirebbe di affrontare in modo positivo la contraddizione profonda del nuovo capitalismo: la scarsità di lavoro.
Si tratta, come è noto, di un problema eterno del capitalismo. Non solo le organizzazioni dei lavoratori si sono cimentate nella ricerca per ovviare a questa scarsità.
Solo per rimanere nel nostro “bel paese” basterà ricordare che il 30 di giugno del 1932 Giovanni Agnelli, nel pieno della bufera della grande depressione e nel cuore dei contrasti che segnavano il suo rapporto con la macchina dello stato fascista, concesse un’intervista alla United Press che destò scandalo e suscitò scalpore. Il Senatore, con tutta l’autorevolezza che lo contraddistingueva, affermava che il solo rimedio decisivo per far riprendere all’economia il sentiero della crescita era la stipulazione di una nuova convenzione internazionale di Ginevra (simile a quella sulle otto ore) sul problema della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario. Ma questa misura doveva essere accompagnata dalla sostanziale distruzione dell’apparato autarchico e protezionistico, in modo da favorire la ripresa degli scambi internazionali e quindi l’espansione dei mercati su scala mondiale. Gli strali liberisti a oltranza di Luigi Einaudi, da un lato, e la scomunica dell’apparato del regime che nel protezionismo vedeva la greppia per far allignare i privilegi delle sue burocrazie parassitarie, dall’altro, si unificarono per far cadere nel nulla la proposta del “vecchio industriale” Giovanni Agnelli. Le parole di Giovanni Agnelli, con quell’intreccio di utopia (“l’accordo internazionale”) e di semplice realismo (“vendere è l’imperativo categorico”), mi sono ritornate alla mente leggendo il testo che ora l’editore Guerini e Associati dà alle stampe.
Il libro propone, infatti, in forma molto originale una strategia contro quella distruzione del lavoro che è uno degli aspetti drammatici dell’attuale fase della trasformazione economica mondiale. Esso contiene, infatti, sostanziali novità rispetto a quella che può ormai dirsi una solida e diffusa vulgata rispetto al problema della disoccupazione e dei rimedi che si ipotizzano contro la stessa, per far nuovamente collimare crescita economica e crescita dell’occupazione.
La caduta del modello virtuoso della crescita e la scarsità dell’occupazione hanno rimesso in primo piano la centralità del lavoro e della sua riproducibilità, tanto per l’ordine sociale quanto per l’integrità psico-fisica delle persone, come molti pensatori non alla moda hanno continuato a ritenere e a teorizzare in anni non brevi e di isolamento. Il testo ripercorre molte di queste tematiche e le collega agilmente a quelle dei diritti di cittadinanza civili, sociali e politici, paventando che l’avvento irreversibile della scarsità di lavoro mini alla base la riproducibilità stessa del sistema sociale e quindi della stessa vita associata. E ad esso non sfugge che il problema del lavoro non soltanto è un problema internazionale e che quindi solo a quel livello può essere affrontato e risolto (il vecchio Agnelli docet), ma che tale problema non si risolve evitando di affrontare il nesso tra produzione e produttività. Solo esaltando tale nesso e lasciando libera la produttività di manifestarsi in tutta la sua potenzialità creatrice, e non solo distruttrice, si potrà lentamente risalire la china della distruzione del lavoro. Alla radice di questa produttività creatrice deve esservi, secondo il testo, la professionalità del lavoro associato: la riproposizione della cooperazione è la chiave di volta per saldare professionalità, associazione e produttività in un circolo virtuoso.
E’ indubbio che lo spirito del capitalismo non conduce inevitabilmente alla piena occupazione, quanto invece alla ricerca di tutto ciò che può contrastare la caduta del tasso di profitto. Ma tale ricerca può tradursi in una nuova e colossale crescita se l’aumento della produttività e quindi della competitività può nuovamente manifestarsi in tutto il suo potenziale liberatorio.
La globalizzazione può essere una formidabile occasione a questo proposito, perché consente una via di crescita per le nuove imprese eper le nuove attività economiche che la liberalizzazione dei mercati porta con sé. Certo che se, in un mondo ormai fondamentalmente terziarizzato, le resistenze più feroci alla liberalizzazione si manifestano proprio nel settore dei servizi (come dimostrano le vicende italiane sulle telecomunicazioni, il cui nodo gordiano è stato tagliato soltanto dalla spada nord-americana), ebbene, allora quella relazione tra aumento della produttività e creazione di nuove occasioni di sviluppo e di occupazione non può innescarsi.
Il feticcio non è la deregolamentazione oppure la flessibilità. Il problema sono i costi sociali che l’intreccio delle rendite parassitarie, protezionistiche e corporative fanno gravare sul complesso dei fattori che potrebbero invece ripristinare un meccanismo virtuoso tra aumento della produttività e aumento dell’occupazione. Solo in questo modo non ci si ritrae impietriti dinanzi al modello americano. Certo, esso produce disuguaglianza e divaricazione sociale; certo, esso rischia di emarginare interi settori della società, ma nel contempo esso rivela una eccezionale capacità di riproduzione e di resistenza creativa dinanzi alle sfide tecnologiche e del dumping sociale che promanano dal nuovo capitalismo asiatico. Quest’ultimo è molto più pericoloso sotto tutti gli aspetti — pensiamo appunto ai diritti sociali, civili, politici — di quello nord-americano che, in definitiva, risponde in forma non de-industrializzante alla sfida dell’apertura dei mercati (che in verità promuove e propugna beneficamente). Occorre quindi non soltanto studiarlo attentamente, ma, per certi versi, imitarlo e creativamente adattarlo alla nostra scultura storica europea. Come? Cooperando tra imprese e tra istituzioni su scala internazionale per creare quelle nuove istituzioni di sostegno sociale e di coesione della società che dovranno essere, nella crescita della competitività sociale ed economica, quelle del welfare europeo riformato. L’alternativa a ciò è la de-industrializzazione europea: e allora non avremo neppure più le case editrici per far stampare sotto casa i libri e le riviste su cui esporre la lacerazione delle coscienze e delle vesti per la disperazione che genera in taluni il crollo di un mondo che è ormai irriformabile e che non è più governabile con i vecchi criteri del welfare protezionistico e ingiusto, che penalizza il lavoro e premia le rendite. Un sistema a cui non si può sfuggire socializzando non tanto la miseria, quanto, invece, la caduta della produttività e quindi della capacità competitiva, come troppo spesso si ostinano ancora a non riconoscere i rispettabilissimi protagonisti di un’ intera stagione del conflitto sociale e della costruzione delle burocrazie di gestione dello stesso: protagonisti drammaticamente incapaci di comprendere il nuovo che avanza.
La ricerca dell’Istituto lombardo è una testimonianza nobile e alta,intensa e partecipata, del tentativo di rispondere positivamente alla grande sfida che avanza con il nuovo capitalismo.

Nota del Curatore

La ricerca che viene presentata all’attenzione del pubblico, interessato ai temi del lavoro, è il frutto di un’approfondita analisi delle problematiche che si sono venute manifestando sull’argomento in questi ultimi anni.
Essa è stata condotta con l’ausilio di vari esperti e ha consentito di approdare a conclusioni, sufficientemente attendibili, per quanto riguarda i rimedi che si possono suggerire non solo per affrontare le difficoltà del presente, ma soprattutto per spianare la strada al futuro, senza incorrere negli errori che hanno caratterizzato la storia del lavoro degli ultimi cento anni.
In sostanza la ricerca si muove nella prospettiva di attuare una radicale riforma sociale e giuridica della prestazione lavorativa, all’in-terno di una concezione di liberismo economico, che mantenga al centro dell’attenzione l’idea di mercato, così come essa si è andata affermando nel mondo occidentale.
Tuttavia, è certo che proprio all’interno del mondo economico si sono venuti manifestando fattori che, al di là di ogni enfatizzazione, oggi hanno reso sempre più precaria la prestazione lavorativa tradizionale.
Il lavoratore cioè non ha più sufficienti certezze né sui modi né sui tempi della prestazione, così come del resto l’imprenditore, al di fuori dei casi in cui viene esaltata la professionalità, è sempre meno in grado di poter fare assegnamento su risultati qualitativamente perfetti.
Questa tendenza in atto produce effetti contrari a quanto le parti sociali vorrebbero, in quanto chi lavora desidererebbe conseguire una certezza di vita, e anche la valorizzazione della propria professionalità,mentre chi dà lavoro vorrebbe contare su tanta efficienza da poter battere la concorrenza.
Per un’inversione di tendenza di questo processo, non v’è dubbio che occorra dare spazio a un diverso incontro tra i due fattori della produzione, capitale e lavoro, onde permettere un nuovo equilibrio tra loro, più adeguato alle esigenze che si stanno manifestando. Occorre cioè riportare il lavoro al mercato, ma facendo in modo che non sia assoggettato al capitale: costituisca cioè un fattore autonomo capace di confrontarsi unitariamente, anche se organizzato in forme molto articolate, con il capitale medesimo.
Il conseguimento di un obiettivo del genere è possibile solo abbandonando la logica salariale, da cui nella sostanza deriva la mancanza di un equilibrio effettivo tra i due fattori. La strada è quella della valorizzazione della professionalità, cui si connette la generalizzazione del sistema retributivo, costituito dalla contrattazione sulla base di prezzi e tariffe, non del lavoro in sé ma dei risultati del lavoro, opere o servizi che siano.
Si tratta cioè di sostituire alla prestazione lavorativa subordinata quella autonoma, singola o associata, consentendo così l’imprenditorializzazione del lavoro e un processo di accumulazione anche a favore del fattore lavoro. Ciò può consentire la realizzazione di un sistema in grado di dare garanzia non solo di un lavoro stabile per tutti, anche se di entità talora più limitata, ma di maggiore sicurezza per tutti gli eventi della vita.
Il processo di trasformazione che ne deriva può del caso essere molto graduale, onde saggiarne anche l’efficacia: vi sono infatti settori più idonei ad affrontarla, come quello educativo o quello della giustizia, in cui la professionalità ha un valore tanto elevato, da rendere già quasi obsoleto il rapporto di lavoro subordinato.
Si tratta in sostanza di fare in modo che si incrementino le categorie professionali da un lato e che si sviluppi dall’altro un esteso movimento cooperativo destinato alla funzione sua propria, quella di organizzare ed esaltare l’attività lavorativa e la professionalità collettiva nell’ambito di una forte solidarietà.
Naturalmente lo studio che è stato condotto sull’argomento ha il valore di una semplice indicazione senza alcuna pretesa di costituire la base scientifica di una proposta socio-politica; tuttavia l’ideazione che ne promana rappresenta il tentativo di porsi in un’ottica nuova e diversa di fronte al problema lavoro, sia rispetto all’esigenze della produzione sia rispetto ai bisogni di chi lavora.
D’altra parte il progressivo evolversi della tecnologia, l’avvento dell’informatica e la tendenza del mercato a espandersi in forma globale sono fattori che non lasciano molto tempo alla ricerca di nuove strategie a difesa del lavoro e alla soluzione dei problemi che ne scaturiscono. Ciò che è in gioco non è tanto l’interesse del singolo, quanto la pace sociale e il futuro dell’umanità.
Chi ha svolto la ricerca si augura perciò semplicemente di avere fornito alcuni elementi di riflessione per una maggiore presa
di coscienza delle gravi problematiche che incombono sul mondo del lavoro, e della necessità di dovere ripensare la sua organizzazione e la sua tutela, non senza ricordare che viene prima di tutto la salvaguardia del contenuto etico del lavoro, secondo l’insegnamento di Hans Jonas.
Mario Giacomini


Introduzione


La parola “lavoro” ha indicato, fin dalle origini, in tutte le lingue, un comportamento umano caratterizzato dalla sofferenza, una condizione cioè in cui riecheggia, si può dire, il biblico “sudore”1 il lavoro è in sostanza qualcosa di faticoso, ponos per i greci, labor per i romani, termini con i quali si identifica soprattutto il senso della pena, dello sforzo, dell’afflizione a cui l’uomo non può sottrarsi.
Anche i corrispondenti termini francesi, inglesi e tedeschi, Travail, Work e Arbeit denotano sostanzialmente la stessa sensazione di sottomissione a un peso, a una fatica.
Traducendo il ponos dell’Ecclesiastico con il famoso termine Beruf2, che suona vocazione, chiamata, ascesi, è Lutero a introdurre, per il termine lavoro, un concetto e un significato diversi che, con l’approfondimento, riveleranno poi un’importanza fondamentale: il senso di Beruf è infatti quello di un comportamento, di un’attività umana che pur non essendo otium o Hobby, o comunque godimento, pur tuttavia non è più ponos: è ciò che dà significato all’esistenza, ciò che prende sostanza dalle profondità della coscienza per consentire all’essere umano di avere una presenza nella società civile, di esprimere, in una parola, una professionalità.
Da questo pilastro concettuale istituito dalla dottrina protestante ha preso avvio un processo evolutivo nell’idea del lavoro e la formazione di una serie di fattori nella condizione umana, che hanno dato vita a un insieme di trasformazioni politiche sociali ed economiche, dalle quali è nato e si è affermato quel processo che va sotto il nome di capitalismo. E ciò è avvenuto nonostante a un certo punto sia apparso sull’itinerario di questo movimento storico uno sbarramento minaccioso e temibile quale il marxismo.
Anche se oggi si può ritenere che l’esperienza marxista fondamentale sia sostanzialmente conclusa, non si può negare che l’influenza, esercitata dal marxismo sul mondo del lavoro, sia stata determinante per salvaguardare i lavoratori dal più pesante sfruttamento cui certamente il regime capitalistico li avrebbe assoggettati, se fosse rimasto libero di manifestarsi per ciò che realmente è: e questo sia nei paesi in cui il marxismo è stato al potere, sia in quelli in cui ha svolto un ruolo di opposizione, imponendo quei correttivi di ordine sociale che nel corso del tempo si sono resi possibili.
“Con il comunismo muore una speranza...” ha scritto Norberto Bobbio, contro il parere prevalente degli osservatori. E già Tocqueville scriveva, ai suoi tempi, che l’industrializzazione emergente dava vita a “una aristocrazia manifatturiera tra le più dure mai apparse sulla terra”3.
Occorre quindi ammettere che se il marxismo ha prodotto da un lato il comunismo, è servito, dall’altro, anche a far nascere le grandi socialdemocrazie dell’Occidente, dove il mercato regolamentato dal potere pubblico, riequilibrato dalle trattative sindacali e corretto dalla ridistribuzione dei redditi, pur restando il perno dell’economia, garantisce nel contempo un minimo di uguaglianza in condizioni di libertà e di certezza dei diritti civili.
L’intero processo storico da cui sono nati marxismo e capitalismo merita pertanto di essere attentamente considerato ancora una volta, giacché in esso si possono reperire elementi atti a spiegare meglio il corso degli eventi che si è determinato, ma soprattutto si possono ricavare utili indicazioni sul modo di affrontare gli eventi in atto, per trovare soluzioni più adeguate per un assetto socio-economico maggiormente vicino a un ideale di giustizia, di solidarietà e di elevazione umana.
In ogni caso è certo che una ricerca di tale genere, mentre da un lato può consentire di migliorare il sistema in atto in Occidente attraverso un contenimento degli aspetti più negativi che vi risultano, dall’ altro può suggerire metodi più appropriati per la trasformazione dei regimi dell’Est da un’economia pianificata a un’economia di mercato, tenendo conto dei gravi rischi e degli alti costi sociali che sinora sono apparsi nelle varie soluzioni prospettate dagli esperti economici che hanno avuto occasione di occuparsene4.

1 “col sudore del tuo volto ti ciberai del pane...” (Gen. III, 17-19).
2Adoperata per la prima volta nella traduzione del passo della Bibbia di Gesù Sirac (II, 20 e 21) precedentemente tradotto con Werk (opera).
3 Valga il caso emblematico della trattativa condotta dall’americana Johnson & Johnson circa l’acquisto in Polonia del Cantiere Navale Lenin, le cui condizioni prevedevano il licenziamento della metà dei lavoratori occupati, la riduzione dei salari a 40 cents all’ora e l’impegno a non scioperare per cinque anni.

Capitolo decimo


Verso un nuovo assetto del lavoro

Nella direzione del lavoro libero vi è tutto un orientamento di pensiero che, seppure non del tutto palese, è ugualmente concreto, e si presenta come un senso di attesa per qualcosa di nuovo, che si deve manifestare e di cui occorre prendere coscienza, per poter dare un nuovo senso al vivere umano e un nuovo assetto alla società civile.
Gli autori che avvertono questa esigenza appartengono ai più svariati settori della cultura, dai filosofi, ai sociologi, ai giuristi, agli economisti, e ciò avviene non solo da oggi, ma da quando hanno cominciato a emergere i problemi di una società ad assetto capitalistico.
Stuart-Mill (come già si è avuto occasione di ricordare) aveva detto che sarebbe stato irragionevole aspettarsi un’eterna divisione in classi, tra i datori di lavoro da un lato e i prestatori di lavoro dall’altro. Anche Marx ha basato tutta la propria critica sociale muovendo dall’elementare constatazione che la forza lavoro non poteva essere considerata una merce e quindi non poteva essere affidata alle regole del mercato.
La grande attesa del marxismo per gli effetti del proprio pensiero rivoluzionario in fondo sta tutta qui, nel considerare come irrinunciabile la difesa dell’essenza dell’uomo, rappresentata dal suo spirito creativo, che si manifesta soprattutto nel lavoro, e nel pretendere su questo punto una risposta dal mondo, risposta che sino a oggi non è mai venuta.
Per questo motivo Popper, pur addebitando a Marx la “miseria” dello storicismo, riconosce, come veritiera, la sua profezia, secondo cui proprio la lotta di classe avrebbe provocato la trasformazione del sistema.
Ed è quasi incredibile che oggi, dopo la sconfitta del socialismo reale (che addirittura aveva creduto di dover ricorrere all’esproprio dei mezzi di produzione), sia ancora proprio la lotta di classe, cioè il confronto che divide chi acquista e chi vende la forza lavoro, il punto da cui ci si deve muovere e da cui può scaturire un ordine sociale diverso, più consono alle esigenze e alle finalità umane.
Ecco perché Massimo Cacciari1 afferma che una nuova sinistra dovrà muoversi a partire dal riconoscimento della nuova forma assunta dal lavoro, valorizzandone l’effettiva autonomia, giacché questa è la strada per il rivolgimento, la riappropriazione da parte della classe lavoratrice della propria autonomia, e della propria capacità organizzativa di tutta la forza lavorativa.
Così Pietro Ichino2, constatando come giurista l’impossibilità di pervenire a una definizione unitaria della nozione del lavoro subordinato, ove si dovesse procedere a riformulare la norma contenuta nell’articolo 2094 c.c. nella prospettiva di un quadro complessivo di riforma della materia, indica l’opportunità di un “superamento della summa divisio tradizionale tra lavoro subordinato e lavoro autonomo”. Egli già aveva avuto occasione di rilevare la sempre minore necessità per l’impresa di disporre di una prestazione lavorativa strettamente coordinata sotto il profilo spazio-temporale e una convergenza di interessi sia dei datori di lavoro che dei lavoratori verso l’espletamento dell’attività lavorativa in forma autonoma.
Ma anche un teorico del liberalismo come Ralf Dahrendorf non si sottrae alla necessità di pensare a una trasformazione nell’assetto del lavoro, ipotizzando al posto della società del lavoro una società dell’attività in cui al lavoro salariato si sostituisca la libera attività basata sulla professionalità di ciascuno. Per questo disegno prende le mosse, come egli stesso dichiara, dalle verità espresse da Max Weber, il quale, egli dice, “vide le possibilità e i rischi della società moderna più chiaramente di qualunque altro” soprattutto quando percepì l’incubo della “struttura di subordinazione”3.
Infatti proprio nella struttura di subordinazione si annida l’origine di tutti i mali della società moderna, non solo perché essa contrasta con quella coscienza della libertà che rappresenta la conquista più importante della forma democratica, ma perché la subordinazione è la negazione dell’autonomia e dell’indipendenza individuale, le quali a loro volta rappresentano il presupposto di qualsiasi principio etico4.
In questo senso è l’insegnamento di Benedetto Croce manifestato nell’epilogo della sua Storia d’Europa, e cioè che la storia è storia della libertà: c’è storia perché c’è libertà, la libertà è la forza che anima tutta la storia.
Il comunismo, invece, che pur sognava il regno della libertà, non è stato in grado di risolvere il problema fondamentale dell’umana convivenza che è appunto quello della libertà.
In modo analogo si esprime Hans Jonas5, allorché, muovendo dal pensiero di Marx6, arriva a dare significato all’idea di lavoro come bisogno vitale primario per l’uomo, che deve essere liberato e riprendere la sua funzione di gestore di un rapporto creativo con la natura, per consentirgli di essere ciò che egli è, cioè profondamente autentico, sia pure nella propria ambiguità, e poter così passare dall’era dell’euforismo prometeico a quella dell’etica della responsabilità, percependo il senso della propria sacralità, o meglio della sacralità della sua presenza nel mondo.
Anche André Gorz7 muove da considerazioni simili, allorché si rifà al pensiero di K.H. Horning8 secondo il quale gli individui sono “costretti all’autonomia” (espressione in cui risuona quella di Sartre di “condannati a essere liberi”) e sviluppa la sua teoria per il superamento del capitalismo, consistente nell’ idea di eliminare il dominio di una sfera di attività sull’altra, cioè sostanzialmente il principio di subordinazione.
Così Ernest F. Schumacher, per bocca di Aldous Huxley, prospetta la possibilità per gli uomini di diventare imprenditori di se stessi o membri di gruppi cooperativi autoregolati9. Mentre James Meade nel saggio intitolato Agathotopia arriva a prospettare la realizzazione di un mercato più avanzato dell’attuale, in cui anche i lavoratori non possano sottrarsi alla sfida del lavoro imprenditoriale. E Ivan Illich puntualizza il senso dell’autonomia lavorativa con una parola tedesca, Eigenarbeit, coniata da Christine von Weizsacher, la quale designerebbe una forma di attività storicamente nuova, caratterizzata dal fatto di distaccarsi dall’organizzazione produttiva e consumistica tipica dell’apparato industriale 10.
È quindi evidente come tutto un orientamento di pensiero si rivolga verso una rivendicazione dell’autonomia del lavoro, tanto da far dire a Michael Walzer11 che anche l’impresa a un certo punto del suo sviluppo dovrà essere sottratta al controllo imprenditoriale in quanto neppure l’imprenditore, in una società democratica, ha il diritto di governare gli altri.
Se, come ricorda Vittorio Possenti12, la ragion pura pratica di Kant è assolutamente autonoma (cosicché l’autonomia è il principio della dignità della natura umana e di ogni natura ragionevole) anche nell’ambito del lavoro questa idea di autonomia deve trovare il proprio spazio.
Tanto più che, anche se non vi si identifica, la nozione di autonomia rinvia strettamente a quella di libertà, e l’idea di libertà, come afferma e insegna un grande interprete della religione cristiana padre David Maria Turoldo13 (a proposito del senso da attribuire al primo comandamento), sottintende quello dell’essenza di Dio, in quanto Dio è essenzialmente attribuzione di libertà, capacità di scelta per l’uomo di non essere schiavo.
Sull’autonomia e sulla libertà occorre dunque costruire un nuovo assetto del lavoro, muovendo da una riflessione fondamentale che è presente nella stessa enunciazione profetica di Marx, e cioè che solo dall’associazione dei lavoratori può venire il cambiamento del sistema e il superamento del capitalismo.
Il concetto viene puntualmente rievocato da André Gorz14, quando ricorda l’insegnamento di Marx secondo cui per la classe lavoratrice è di importanza vitale costituirsi come soggetto collettivo, sostituendo alla divisione capitalistica del lavoro un’unione volontaria di lavoratori, capaci di realizzare, attraverso una poiesi collettiva, un’attività lavorativa autonoma prestata coscientemente e metodicamente.
Anche se Gorz non sembra credere a questa profezia in quanto il lavoratore collettivo a suo avviso non potrà mai sostituire l’intero apparato produttivo, sussistendo la separazione dai lavoratori non solo dei mezzi di produzione, ma anche della conoscenza tecnica complessiva, tuttavia prospetta una possibile soluzione al grave problema della disoccupazione, non solo ripercorrendo un itinerario marxista, ma basandosi sostanzialmente sulla capacità della classe lavoratrice di porsi ancora una volta come soggetto collettivo.
Più appropriata sembra l’analisi che viene svolta da Pietro Barcellona15 quando dichiara che bisogna sottrarre al dominio capitalistico il controllo del processo produttivo, cominciando dall’organizzazione del lavoro: “occorre” egli dice “costruire una nuova organizzazione del sistema sociale del lavoro che abbia come obiettivo fondamentale e prioritario la ridistribuzione del lavoro fra tutta la forza lavoro esistente, e — aggiunge — la riduzione drastica dell’orario di lavoro”16.
E proprio da qui prende le mosse la proposta che intendiamo avanzare, consistente nel progetto di una riappropriazione da parte della classe lavoratrice della propria intera forza-lavoro, per organizzarla in modo tale da poterla gestire in forma autonoma nella sua totalità, mettendo a disposizione del mondo produttivo non più la forza lavoro in sé, ma solo i risultati che ne conseguono, e gestendo poi l’intero processo secondo un criterio imprenditoriale in forma cooperativistica.
Questo processo, che potrebbe essere messo in moto anche da un’ iniziativa unilaterale da parte dal fronte sindacale, potrà richiedere per la sua completa realizzazione tempi lunghi o più brevi, a seconda delle aree da interessare, o dei diversi modi con cui si potrà attuare in concreto. Tuttavia una caratteristica fondamentale lo contraddistinguerebbe: quella di presentarsi come un processo molto elastico, che potrebbe convivere benissimo con l’attuale organizzazione del lavoro, sostituendola lentamente, in modo progressivo, così come potrebbe subentrare quasi istantaneamente a essa, ove intervenissero gli opportuni provvedimenti, senza per questo provocare alcun trauma al sistema, in quanto tutti gli ammortizzatori sociali esistenti potrebbero continuare a funzionare, finché necessario.
Del resto un principio d’attuazione di questo stesso processo è, in Italia, già in atto, come è dimostrato dallo sviluppo sempre maggiore del lavoro autonomo, dalla massiccia presenza delle cooperative di lavoro, che si impongono sul mercato per la loro particolare efficienza e capacità, e altresì da molteplici iniziative parallele di compagnie o squadre di lavoratori che, particolarmente in alcuni settori come l’edilizia, sono in grado di gestire in forma autonoma ed efficiente interi comparti di lavoro17.
Non vi è dubbio quindi che, se può essere opportuna 1’ abrogazione di una norma legislativa come quella contenuta nell’articolo 2094 c.c., è ancora più importante che il principio in essa contenuto venga rimosso dalle coscienze come non conforme all’etica fondamentale della vita umana.
È essenziale tuttavia che la classe lavoratrice in particolare prenda coscienza una volta per sempre che solo dalla propria autorganizzazione e dalla propria autogerarchizzazione può scaturire un ordine nuovo: solo la classe lavoratrice che vive in prima persona la sofferenza, ma anche l’esaltazione promanante dal valore creativo del lavoro, può avere la capacità di riscattare se stessa, e con se stessa il destino dell’umanità.
Non è necessario quindi attendere che il legislatore depenni la norma per avviare un processo di rinnovamento in questo senso, tanto più che quella norma esiste quasi esclusivamente nell’ordinamento giuridico italiano (proveniente, sembra, da una legge belga del 1900): nella maggior parte degli altri ordinamenti giuridici dei paesi europei ci si rimette, per la definizione di lavoro subordinato, alla dottrina o alla giurisprudenza, e quindi l’identificazione di questo particolare rapporto è assai più labile e flessibile di quanto non avvenga in Italia, ove la rigida codificazione ha creato, tra l’altro, non pochi problemi all’interprete, visto che la dottrina auspica da tempo18 l’emancipazione del lavoro da subordinato in autonomo, e registra comunque la tendenza alla progressiva espansione del lavoro autonomo19 rispetto a quello subordinato.
Posta quindi l’iniquità del principio di subordinazione20 (che, come si è detto, sta all’ origine della maggior parte dei mali della modernità e di quell’assetto economico che si definisce come assetto capitalistico) la nuova regola dovrebbe essere quella secondo cui il lavoro svolto a favore di terzi, sia singolarmente sia in forma associata, avvenga sempre e soltanto in modo autonomo, con la cessione del solo risultato, opera o servizio che sia, secondo il disposto in un caso dell’articolo 2222 c.c. e nell’altro dell’articolo 1655 c.c., cioè secondo le nozioni rispettivamente previste dal codice civile vigente del contratto d’opera o dell’appalto, che si caratterizzano proprio in ambedue i casi per il compimento di un’opera o di un servizio verso un corrispettivo.
Solo in questo modo si potrà porre fine al prepotere esercitato dal capitale sulla classe lavoratrice, la quale cesserà così di costituire il famoso “esercito di riserva”. L’organizzazione del lavoro consentirà, come si vedrà, di assorbire l’intera forza lavoro disponibile, ottenendo una soluzione concreta anche per l’esigenza di dimensionare il tempo del lavoro; potrà assicurare inoltre al mondo produttivo quei risultati precisi e di qualità di cui ha bisogno per far fronte alla pressante concorrenza, e soprattutto potrà fornire un quadro di certezze contrattuali, in una situazione di pace sociale quale mai si è verificata dall’inizio dell’era dell’industrializzazione.
Del resto è già in atto ovunque un processo storico orientato in questa direzione, il cui svolgimento appare inarrestabile21.
In questi ultimi anni, infatti, gli aspetti strutturali dell’assetto industriale sono stati profondamente alterati dall’avvento delle nuove tecnologie e si sono quindi prodotte delle trasformazioni irreversibili, che hanno avuto come conseguenza una drastica riduzione dell’impiego della mano d’opera.
La disoccupazione, che diventa ogni giorno più allarmante, costituisce un “flagello” che, a detta della stessa OCSE22, nessuno oggi e in grado di arginare, tanto da doversi chiedere se in realtà non siamo di fronte a una svolta epocale nell’assetto del mondo industrializzato, con la conseguente necessità di ripensare ex novo politica ed economia.
Si può essere certi infatti che, se l’assetto capitalistico ha resistito fino ai giorni nostri, ciò è avvenuto perché esso è stato in grado di soddisfare i bisogni fondamentali della maggior parte della gente. Nel momento in cui questo compito non potesse più essere assolto (in quanto le modifiche strutturali del sistema fossero tali da escludere l’utilizzo nel suo contesto di una massa di lavoratori superiore a un certo livello critico) e gran parte della popolazione rimanesse priva degli elementari mezzi di sostentamento, non vi è dubbio che il sistema verrebbe travolto per essere sostituito con altro più idoneo a soddisfare i bisogni collettivi.
Si realizzerebbe così la famosa predizione di H. Marcuse secondo cui il capitalismo è un mostro che finirà per divorare se stesso

1 In un dibattito sulla crisi della sinistra pubblicato nel n. 1-2/91 della rivista Democrazia e diritto, p. 411.
2 Testo già ricordato, Subordinazione e autonomia nel diritto del lavoro, Giuffrè, Milano 1989, p. 263.
3 R. Dahrendorf, op. cit., p. 57.
4 Cfr. W. J. Thompson, Ecologia e Economia, Feltrinelli, Milano 1988.
5 H. Jonas, op. cit., p. 148.
6 Dalle parole chiave “libertà e lavoro” per le quali libertà è liberazione dalla necessità del lavoro (K. Marx, Il Capitale, Einaudi, Torino 1975).
7A. Gorz, op. cit., p. 244.
8 K.H. Horning, Zeitpionere Flexible Arbeitszeiten-neuer Lebenstil, Suhrkamp, Frankfurt 1990.
9 F. Schumacher, op. cit., p. 23.
10 I. Illich, Lavoro Ombra, Mondadori, Milano 1985, p. 65.
11 M. Walzer, op. cit., p. 303.
12V Possenti, Le società liberali al bivio, Marietti, Genova 1991, p. 338.
13 In Il decalogo di Kieslowski di G. Lagorio, Piemme, Casale Monferrato 1992.
14A. Gorz, op. cit., p. 34.
15 P. Barcellona, “Per scoprire la questione comunista”, Democrazia e diritto,n.l-2/91,p. 373.
16 Il che del resto l’aveva già scritto mezzo secolo fa anche lo stesso Keynes osservando che c’è bisogno di una spartizione fra tutti del lavoro, cosicché sia possibile una drastica riduzione della giornata lavorativa di coloro che lavorano.
17 E del resto è anche accaduto durante il periodo giolittiano che proprio la FIAT abbia valutato positivamente la possibilità di una gestione diretta dell’azienda da parte delle maestranze riunite in cooperativa, mentre non altrettanto avveniva da parte delle forze politiche di sinistra.
18 L. Barassi, Il contratto di lavoro, Milano 1915, p. 701.
19 C. Carboni, “La ripresa del lavoro autonomo”, Politica e economia, 83, p. 31;L.Rosti, “La dinamica recente del rapporto tra lavoro autonomo e lavoro dipendente”, Ires Papers Coll. ricerche, 4/86.
20 Principio particolarmente esasperato, come ricorda L. Riva Sanseverino in un Corso di diritto del lavoro, Cedam, Padova 1941, dalla dottrina tedesca soprattutto sotto la legislazione nazionalsocialista, tanto da far sostenere a un autore come il Gierke (Der Deutsche Genossenschaftsrecht, Berlin 1968) che il rapporto di lavoro subordinato costituisce un rapporto di organizzazione sociale, regolato non dal diritto delle obbligazioni bensì dal diritto delle persone, il che è come dire che il lavoro subordinato creerebbe uno status che caratterizzerebbe la persona distinguendola dalle altre.
21 J. F. Ducker, noto esperto di management e futurologo, nel recente testo La società postcapitalistica, Sperling & Kupfer, Milano 1993, p. 119, dichiara che nelle organizzazioni del futuro, basate sulla conoscenza e sulla responsabilità individuale, non ci saranno più dipendenti ma soltanto “soci”.
22 Corriere della Sera, 3 giugno 1993.
23 H. Marcuse, L’uomo a una dimensione, Einaudi, Torino 1967.

Conclusione


Abbiamo preso le mosse per presentare questo saggio da un famoso enunciato di Karl Marx inerente al rapporto “libertà e lavoro”, per il quale il regno della libertà avrebbe inizio soltanto con la fine del lavoro determinato dalla necessità, giacché solo in questo regno, secondo un altro famoso enunciato, si potrebbe realizzare “lo sviluppo della potenzialità della natura umana”.
Per la verità, come osserva Hans Jonas1, l’affermazione marxiana non è così definitiva da far ritenere che l’alternativa sia solo l’otium utopico, quello che verrà indicato poi da Ernst Bloch2, come la condizione per arrivare all’età dell’oro, attraverso la ricostruzione della natura e l’autorealizzazione di ciascun uomo, bensì è alquanto possibilista, nel senso che prospetta più che la cessazione, la trasformazione del lavoro finalizzato, per poter poi arrivare ad affermare la regola “da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”. Quindi Marx, pur formulando nel complesso una tesi per certi versi utopistica, si presenta poi in realtà, sotto diversi aspetti, quale un osservatore attento, le cui analisi, come riconosce Popper3, sono spesso assai prossime al vero, e da tenere in grande considerazione, ancor oggi, nell’affrontare i problemi sociali.
Perciò l’affermazione sopra ricordata va rapportata alla conclusione pratica che egli stesso enuncia nel medesimo passo4, e cioè che “condizione fondamentale di tutto ciò è la riduzione della giornata lavorativa”. Su questo punto quindi si deve riconoscere che vi è un unico itinerario intellettuale che va da Marx ai giorni nostri, fino agli scritti di André Gorz, secondo il quale, se si vuole in qualche modo affrontare e tentare di risolvere il problema del rapporto tra lavoro e libertà, si deve per forza prendere l’avvio dall’idea di ridurre la quantità di lavoro svolto da ciascuno a fini di carattere economico-produttivo.
Più specificatamente sul problema collaterale della disoccupazione, benché Marx non si ponesse ai suoi tempi la questione, non esistendo neppure l’idea di una politica interventista, giustamente Popper5 osserva che è del tutto dogmatico pensare che non sia possibile pervenire alla eliminazione di questo disastroso fatto sociale.
V’è inoltre un secondo punto importante, valorizzato ancora da Popper6, il quale non esita a “riconoscere che Marx vide molte cose nella giusta luce”, ed è l’analisi condotta da Marx sulle sorti del “capitalismo sfrenato” in quanto non solo esso non sarebbe durato in e-terno, ma “sarebbe stata in larga misura la lotta di classe, cioè, l’associazione dei lavoratori, a provocare la trasformazione di esso in un sistema economico nuovo”. Benché il riferimento sia, secondo Popper, al cosiddetto “interventismo” che potrebbe, a suo dire, manifestarsi tanto sotto forma di collettivismo, quanto di democrazia sociale o altro, ciò non toglie che l’analisi possa avere un carattere più esteso e comprendere anche altre inedite trasformazioni sociali, sempre connesse con la capacità della classe lavoratrice di costituirsi come soggetto collettivo, protagonista storico.
E anche se avesse fondamento l’idea che Marx sia stato in realtà un brillante espositore di idee già diffuse ai suoi tempi per merito d’altri (C. Saint-Simon in Francia, e Robert Owen in Inghilterra)7, resta il fatto che egli ha saputo mettere insieme una serie di considerazioni e di critiche, traducendole nella proposizione di una teoria tanto forte e valida da costituire una barriera che ha resistito per oltre un secolo agli assalti del “capitalismo sfrenato” e ha rappresentato l’unica vera trincea per la classe lavoratrice.
Questo ruolo del marxismo, tuttavia, è tale in virtù di qualcosa di più delle semplici analisi e delle pur importanti verità poste in luce, ma, come altri hanno acutamente osservato8, per aver posto in termini laici, ma con ispirazione fortemente profetica, la stessa questione posta, in termini religiosi, dal cristianesimo, quella della liberazione dell’uomo. In sostanza il proletariato ha acquisito per merito di Marx i caratteri della messianicità e si è presentato, con il suo terribile carico di sofferenza, come il successore laico del Cristo e l’artefice della nuova fase liberatoria.
Questo è il senso profondo del marxismo, che, anche se fu fuorviato dagli eventi storici (tanto da far dire al suo artefice, alla fine dei suoi giorni, di non essere marxista), resta sempre il pilastro attorno al quale ci si deve raccogliere per portare avanti la lotta in difesa dell’uomo, soprattutto dell’homo faber.
Ma anche le parole della Chiesa cattolica, che abbiamo evidenziato insieme a quelle di Marx, all’inizio del libro, sono in questo senso parole di grande speranza per milioni di uomini, dato che, come nella Centesimus annus, affrontano in modo nuovo il tema del lavoro, e ne rivendicano la liberazione da qualsiasi asservimento. Il messaggio centrale dell’enciclica consiste infatti nell’indicare la necessità di un grande movimento associato dei lavoratori, per lottare contro il sistema economico inteso quale metodo rivolto ad assicurare l’assoluta prevalenza del capitale rispetto alla libera soggettività del lavoro dell’uomo9. Così è un dato di fatto che sia il popolo cristiano come l’esercito dei lavoratori, ciascuno per il suo verso, siano sostanzialmente in marcia verso un unico grande obiettivo etico, quello di assicurare all’ uomo la libertà di essere se stesso, l’uomo autentico, il custode della terra, di modo che si realizzino le condizioni per la sua sicurezza e per quella della terra.
A tale proposito Hans Jonas nella prefazione del suo noto testo, così esordisce: “Il Prometeo irresistibilmente scatenato, al quale la scienza conferisce forze senza precedenti e l’economia imprime un impulso incessante, esige un’etica che mediante autorestrizioni impedisca alla sua potenza di diventare una sventura per l’uomo”.
Questo obiettivo dunque travalica addirittura lo stesso imperativo categorico kantiano, in quanto va al di là di un impegno sul piano individuale: spetta alla collettività, alla società civile e anche alla struttura politica assolvere al compito primario di garantire le condizioni affinché l’uomo possa essere ciò che era l’essere — quod quid erat esse— proprio in conformità del principio dell’Etica Nicomachea.
Allora, non solo ha ragione Amartya Sen allorché osserva che “l’importanza dell’approccio etico si è andata indebolendo in modo al-quanto sostanziale via via che l’economia moderna si evolveva”, ma è nel giusto anche Julien Benda allorché rivendica l’esigenza di una concezione morale per una vera democrazia, essendo questa per sua natura un ideale etico10.
Il rilancio che ora si sta verificando di un nuovo capitalismo improntato al rispetto dell’ambiente, al valore sociale, alla salvaguardia del consumatore11, pur apprezzabile e significativo, non può certo essere considerato sufficiente alla realizzazione delle condizioni etiche di cui la società umana oggi abbisogna, poiché occorre, come afferma Peter Glotz, elaborare un intero progetto politico carico di un forte contenuto etico12, e occorre recuperare la radice morale del diritto, come a sua volta, riflettendo sulle forme del negativismo giuridico, arriva a dire Italo Mancini13.
In questo contesto si colloca l’esigenza di far nascere un nuovo status dell’uomo di fronte al problema “lavoro”, uno status cioè che garantisca la possibilità per ciascuno di espletare liberamente la propria attività lavorativa in forma singola o associata, rapportandola all’intero processo economico-produttivo, tale da poter esprimere con essa la propria capacità creativa e ricavare da essa i mezzi necessari alla propria sopravvivenza.
Si tratta in sostanza, come giustamente osserva ancora Hans Jonas14, di andare al di là della posizione utopica espressa da Marx, a proposito del rapporto libertà-lavoro, e cioè rendersi conto che “la libertà consiste e vive nel misurarsi con la necessità”, giacché “la separazione dal regno della necessità sottrae alla libertà il suo oggetto” stesso e “non esiste alcun regno della libertà al di fuori di quello della necessità”. Occorre dunque uscire dall’utopia e, dopo secoli di euforia prometeica e tecnologica, far sì che il rapporto dell’uomo con la natura, e quindi il lavoro, possa essere improntato all’etica della responsabilità: quella che Hans Jonas indica come la meta essenziale del genere umano15.
Il lavoro quindi, quello a cui l’uomo è pur sempre costretto dalla necessità di procurarsi i mezzi per vivere, dovrà quanto meno essere frutto del suo agire responsabile, sia verso se stesso sia verso l’intero contesto naturale e sociale, e quindi essere espressione della sua vera, autentica professionalità.
Per ottenere un simile risultato è evidente che occorre sciogliere le catene della subordinazione e orientarsi quindi verso una regolamentazione del lavoro basata sull’espletamento di opere e servizi in forma autonoma, singola o associata, sulla falsariga di quanto qui succintamente prospettato, tenendo conto in particolar modo dell’importanza da attribuire alle esperienze storiche già compiute dal movimento cooperativo, rispetto a un’adeguata tutela della dignità e della libertà dell’uomo.
Ciò potrebbe rappresentare un fatto tanto radicale, per lo stesso processo economico, quanto può esserlo stato a suo tempo (nel 1834 in Inghilterra) la creazione di un mercato concorrenziale del lavoro, rispetto alla situazione precedente di non mercato, come giustamente osserva Karl Polanyi16.
Perciò bisogna dire, con André Gorz, che, se non è possibile liberarsi del fardello del lavoro, quanto meno la liberazione sul lavoro può essere un preambolo per la libertà dal lavoro.
D’ altra parte se è vero, come viene segnalato ormai da più parti, che alla disoccupazione vera e propria si sovrapponga anche la cosiddetta sottoccupazione, causata dall’ incremento dei lavori provvisori o a tempo parziale, cosicché una fascia di oltre il 30% della popolazione attiva viene colpita anche da questo ulteriore flagello, non sembra che vi siano molte alternative rispetto alla necessità di procedere in fretta verso l’attuazione di quei rimedi che offrono qualche speranza di salvezza17.
Co me molti ormai indicano con insistenza, non solo è necessario che il lavoro diventi un’attività autonoma, ma occorre in particolare che l’entità della partecipazione di ciascuno al processo produttivo si riduca, anche perché lo stesso processo produttivo nel suo complesso deve poter sostentare tutti coloro che vi partecipano e quindi deve essere regolamentato in modo che ciò si possa effettivamente verificare.
Questo è il senso profondo della nuova etica individuale e collettiva che si impone per la sopravvivenza del genere umano. E in questa etica deve affermarsi anche il principio che il lavoro, svolto per motivi familiari o sociali, il lavoro generalmente definito come volontario, non prestato all’interno del processo produttivo, non può che essere gratuito, appunto perché costituente una mera attività lavorativa, in se e per sé (non il prodotto di un’opera o servizio)18.
Esso è realmente un lavoro al di là della necessità esterna e di fatto appartenente a quel regno della libertà indicato da Marx, nel quale si può realizzare per intero la personalità umana19. Prive di senso quindi sono tutte quelle politiche che vorrebbero vedere attribuito un riconoscimento economico ad attività esterne al processo economico.
A conclusione di questo saggio, inteso a portare un contributo all’evoluzione dell’idea di lavoro, che appare sempre di più una condizione indispensabile al conseguimento degli scopi più veri dell’esistenza umana, ci sembra giusto formulare l’auspicio che la compravendita della forza lavoro possa restare solo come ricordo della barbarie del passato e che l’idea futura del lavoro possa rappresentare la più esaltante avventura dell’uomo, nel mondo della libertà possibile, quella che consente cioè di confrontarsi in ogni momento con l’incombente necessità del quotidiano, esprimendo tutta la propria creatività attraverso il perenne ricorso a principi di solidarietà e speranza, anche nel dialogo con gli altri.
Possa il lavoro diventare veramente “un lavoro per l’uomo” di cui riceva beneficio l’umanità intera, e con essa l’intera natura, apponendo con ciò la parola fine all’uso dell’uomo “come vile strumento di guadagno”.


1 H. Jonas, op. cit., p. 248
2 E. Bloch, Il principio speranza, il Mulino, Bologna, Garzanti, Milano 1994.
3 K. Popper, op. cit., p. 217.
4 K. Marx, Il Capitale, libro III in, Editori Riuniti, Roma 1968.
5 K. Popper, op. cit., p. 236. 6 lbid., p. 249.
7 Così sostiene il filosofo Isaiah Berlin in occasione di un’intervista pubblicata da L’Espresso il 16 maggio 1993.
8 I. Mancini, Cristianesimo e culture, Capone, Lecce 1984.
9Anche G. De Rita riconosce all’enciclica uno straordinario potere di comunicazione e una grande originalità per il suo inserimento nella cultura occidentale con una forte spinta a difendere la qualità dell’uomo anche nell’attuale modello di sviluppo (Corriere della Sera, 3 maggio 1991).
10 J. Benda, op. cit.
11 Così si esprime anche il presidente dell’Assolombarda E. Presutti in Corriere della Sera, 19 maggio 1993.
12 P. Glotz, Manifesto per una nuova sinistra europea, Feltrinelli, Milano 1986.
13 I. Mancini, L’Ethos dell’Occidente, Marietti, Genova 1991.
14 H. Jonas, op. cit., p. 265.
15 Ibid., p. 282
16 K. Polanyi, op. cit., p. 130.

Qualche tempo fa si è svolto a Roma un convegno dedicato al tema “Il lavoro in bilico” nel corso del quale lo stesso segretario della CGIL Bruno Trentin ha espresso la propria preoccupazione per la progressiva crescita di un nuovo assetto del lavoro fondato sull’occupazione precaria, la cui dimensione va già oltre il trenta per cento dell’occupazione complessiva (Corriere della Sera, 21 maggio 1993).
18 Secondo il premio Nobel G.S. Becker, appartenente alla scuola di Chicago, e che si è occupato in particolare dell’economia familiare, anche la famiglia sarebbe uno strumento produttivo in quanto le persone che la compongono avrebbero come intento quello di creare un’utilità congiunta attraverso il conferimento di mezzi, tempo e capacità, A Treatise on the Family, Harvard Univ. Press, Cambridge, Mass., London 1981; per contro J.F. Ducker, nel testo già citato (p. 235), non solo prevede la necessità di uno scambio di esperienze tra scienziato e manager, ma la loro partecipazione gratuita a un’attività lavorativa nel campo sociale.
A Gorz dichiara testualmente che “le attività autonome della sfera extraeconomica sfuggono ad ogni possibilità di razionalizzazione economica”: Id., Addio al proletariato, Ed. Lavoro, Roma 1982, p. 94.

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