Indice
9 Giulio Sapelli — Il lavoro nel nuovo capitalismo
27 Nota del Curatore
31 Introduzione
35 Capitolo primo — Il lavoro secondo la Chiesa
cattolica
39 Capitolo secondo — La riforma e il capitalismo
43 Capitolo terzo — Utopia marxista e ateismo
49 Capitolo quarto — Il significato del lavoro
53 Capitolo quinto — Spunti storici su una nuova
idea del lavoro
61 Capitolo sesto — Metamorfosi del rapporto di
lavoro
67 Capitolo settimo — L’impresa e la sua evoluzione
71 Capitolo ottavo — Mercato e democrazia
81 Capitolo nono — Un mercato a misura d’uomo
109 Capitolo decimo — Verso un nuovo assetto del
lavoro
119 Capitolo undicesimo — Lo sviluppo e l’organizzazione
del la¬voro svolto in modo autonomo
129 Capitolo dodicesimo — L’istituto della
cooperazione come
forma di lavoro collettivo
139 Capitolo tredicesimo — L’organizzazione
e il funzionamento del complesso delle ACL
153 Capitolo quattordicesimo — Aspetti fiscali e
previdenziali della nuova organizzazione del lavoro
173 Capitolo quindicesimo — Effetti micro e macroeconomici
del la¬voro liberato
203 Capitolo sedicesimo — Democrazia economica ed
ecologia
223 Conclusione
231 Appendice di S. Cecchi
235 Intervista a F. Fedele, Segretario generale CGIL Milano
239 Bibliografia
Giulio Sapelli
Il lavoro nel nuovo capitalismo
1. Il nuovo capitalismo
Il libro che qui si presenta al lettore è un testo
che affronta una delle questioni cruciali del futuro: il lavoro.
Vorrei iniziare le brevi pagine che sono il frutto della lettura di
questo testo prodotto dall’ Istituto Lombardo per gli studi filosofici
e giuridici, contribuendo anch’io alla riflessione. Dando, insomma,
a essa un contributo non di maniera ed esaudendo in tal modo, lo spero,
il mio compito secondo le regole che sono proprie della comunità
scientifica.
E vorrei farlo giungendo al tema del lavoro partendo da quello che io
chiamo l’avvento del nuovo capitalismo.
La più grande trasformazione oggi in corso è quella della
diffusione crescente del meccanismo di allocazione dei diritti di proprietà
di tipo nord-americano in altri contesti sociali, grazie alla globalizzazione
e all’avvento del capitalismo finanziario mondiale che ha sconfitto
il capitalismo industriale e che, dopo la grande crisi del 1973-74,
si sta affermando su scala planetaria. Il cuore del meccanismo della
riproduzione allargata di questo capitalismo è l’eliminazione
di tutto quanto non è scambiabile attraverso meccanismi di mercato
e di tutto quanto non è governabile dal processo di trasformazione
del denaro in merce e della merce in denaro. Il cuore del processo di
valorizzazione del capitalismo finanziario planetario è la tendenza
alla riduzione a scambio di mercato di ogni rapporto sociale nella sua
immediatezza.
Come è potuto accadere tutto ciò?
La prima cosa da ricordare è che termina soltanto ora la Seconda
Guerra Mondiale: gli USA non debbono più sostenere i gruppi dirigenti
dell’Europa e dell’Asia, con i loro capitalismi nazionalistici
e protezionistici. Sino al 1989 hanno dovuto sorreggerli in ogni modo
in funzione antisovietica e antistaliniana, nonostante i vincoli che
ciò poneva al processo di dispiegato allargamento del loro capitalismo
industriale e finanziario. Ora, salvo che in Asia, dove la minaccia
cinese è potente ma soltanto “regionale”, priva della
capacità egemonica planetaria che manifestò l’URSS,
gli USA possono e debbono, pena una gravissima crisi di sovrapproduzione,
espandere il meccanismo del capitalismo anglosassone in ogni dove. Ma
per fare ciò debbono diffonderlo nel cuore della proprietà
e del governo dell’impresa anche laddove esso, come ho testé
detto, non si era diffuso.
La matrice del cambiamento è nella competizione di tipo nuovo
caratteristica del capitalismo finanziario che si è ormai irreversibilmente
affermato rispetto a quello industriale, soppiantandolo. La nuova competizione
impone di raggiungere dimensioni di scala e di focalizzazione delle
risorse attraverso masse critiche di tecnologie e di capitali che impongono
quote di capitale fisso e di investimenti che non possono più
essere raccolte per via agnatica e ascritta. Il dono dell’ereditarietà
e l’omofilia della consanguineità non consentono più
di accumulare le quote di capitale fisso necessarie per affrontare la
globalizzazione. Di qui il ricorso alla generalizzazione dello scambio
nella raccolta e nell’allocazione dei diritti di proprietà
e di qui il predominio, più o meno rapido e crescente, dei meccanismi
dello scambio quali quelli della borsa (dove per eccellenza si può
scambiare, tramite scambio di mercato, la proprietà) e della
liberalizzazione dei mercati finanziari, che sono il meccanismo attraverso
cui questa generalizzazione dello scambio di mercato si diffonde.
Ciò accade in ogni dove sul globo terracqueo, dall’Asia,
in primis in Giappone (che pareva impermeabile a questo processo), sino
all’Europa continentale, con il disgregarsi delle grandi imprese
familiari in Italia e dei sistemi di controllo bancari in Germania,
come le vicende recenti di questi capitalismi dimostrano.
La resistenza al dilagare dello scambio di mercato in questo campo,
non a caso, viene dalla sovranità statuale, laddove il principio
dell’allocazione politica delle risorse economiche sottrae le
stesse allo scambio di mercato.
Non è un caso che questo accada soprattutto in Francia, dove
l’appartenenza alla cittadinanza repubblicana è sottratta
sia allo scambio di mercato sia allo scambio di non mercato, essendo
condivisa da tutte le parti politiche al di là delle divisioni
partitiche, in un durkheimiano sur moi che pervade la Nazione e la società,
prima che la persona stessa (c’est la Republique...).
Quello che conta qui sottolineare è la crescente pervasività
dello scambio di mercato rispetto ai meccanismi di dono e di contro
dono, di obbligazione a rendere che sono stati storicamente tipici della
grande impresa asiatica ed europea nel controllo della proprietà.
Questo processo è evidente anche nei meccanismi di governo della
grande impresa. E questo fenomeno costituisce un rilevante elemento
di novità.
L’impresa è sempre più sottratta, nel governo delle
sue risorse interne manageriali (non operaie, si badi bene!) e nel feticismo
delle relazioni sociali, al principio di gerarchia. Ossia, il criterio
di fondo per il governo dell’impresa non è più quello
dell’integrazione e della coerenza sociale, come era un tempo.
Tale criterio era in primis governato la una logica affettiva e di identità,
fondata sulla fedeltà di relazioni sociali che venivano —
per il loro porsi all’interno dell’impresa e non sui e nei
mercati che la circondavano — regolate da criteri personali (affidati
al potere indiscusso del top management) di valutazione delle prestazioni,
che si misurava sostanzialmente con criteri extra-economici. Oppure,
quando tali fattori economici intervenivano nel processo di governo
e di selezione delle carriere erano strutturati secondo una valutazione
dei risultati finali, esterni all’impresa: ai risultati, insomma,
conseguiti sul mercato su cui l’impresa agiva e con il quale interagiva,
contribuendo tanto potentemente a configurarlo. Il processo di valorizzazione,
del resto, veniva regolato e gestito secondo una logica complessiva,
di “gruppo”, laddove parti dell’impresa potevano essere
deficitarie mentre altre redditizie: il loro incontrarsi generava equilibrio
ed era il risultato economico finale e complessivo a essere decisivo
per la morfologia della logica economica e del potere.
Questo meccanismo teneva lontano il mercato dall’interno dell’impresa
ed essa era intesa come un organismo amministrato da una coorte manageriale
e direttiva. L’impresa, infatti, si costituiva internalizzando
risorse secondo filiere tecnologiche e di potere che erano estranee,
nel loro articolarsi come elementi costitutivi dell’impresa stessa,
alla logica pervasiva di mercato. Il mercato era il regolatore finale
sulla base dei risultati raggiunti ed era esterno all’impresa:
essa, al suo interno, era sottratta al meccanismo di scambio di mercato.
Questo concetto è essenziale.
L’impresa, nel suo interno meccanismo di governo dirigenziale,
era permeata da meccanismi di scambio non di mercato — donare,
accettare il dono, ricevere e rendere — nelle relazioni sociali
dei suoi alti gruppi manageriali. Tali relazioni sociali si articolavano
secondo una allocazione del potere fondata su una cristallina omofilia
di gruppo professionale, storico-locale, politico-partitica (in primis
nelle imprese a proprietà statale).
La quintessenza del potere personale, risiede nella gestione della cuspide
del potere della grande impresa moderna. Qui vigeva e vige il principio
di dono e di obbligazione a rendere secondo una filigrana del potere
che è bene esplicitata dalla precondizione generale dell’organizzazione
sociale: Garder pour (pouvoir) donner, donner pour (pouvoir) garder.
Ciò che si tratteneva, che si sottraeva allo scambio del dono
e del contro dono era il controllo finale sui mezzi di produzione; fosse
esso generato dalla proprietà o fosse esso generato dal controllo
della e sulla gerarchia manageriale. Tutto il resto veniva distribuito
e allocato attraverso il meccanismo del dono e dell’obbligazione
deferente e della costrizione a rendere. La solidità di questo
meccanismo risiedeva nel fatto ch’esso non era e non è
evolutivo, à la Thurnwald e à la Mauss (dalla prestazione
totale tra gruppi alle prestazioni individuali sino allo scambio monetario
e impersonale), ma si presentava come una realtà che pareva irreversibile
e destinata a connotare indefinitivamente la gestione della grande impresa.
Una delle caratteristiche salienti del capitalismo finanziario è
stata la disgregazione di questo meccanismo di governo della grande
impresa e la sua disintegrazione in un complesso di unità di
affari che debbono ciascheduna generare profitto senza attendere la
realizzazione del valore del bene prodotto sul fronte del mercato esterno
all’impresa.
Ora è il mercato a entrare prepotentemente nell’impresa.
Infatti, attraverso un meccanismo di contabilità e di controllo
continuo delle procedure (la “catena del valore”) si simulano
i meccanismi di mercato all’interno stesso dell’impresa.
Essa non è più concepita come un’entità aggregata
dal principio di gerarchia, ma come un insieme mutevole di fattori governati
dal principio di “transazione”, ossia dallo scambio contrattuale
di mercato, generalizzato anche all’interno stesso dell’impresa.
Di qui, e non è un paradosso, ma una logica conseguenza di tale
principio, l’esternalizzazione crescente di segmenti produttivi,
di servizi, di funzioni direttive dell’impresa. Se è possibile
produrre e gestire con minori costi (di quelli che si sostengono all’interno)
processi di fabbricazione e servizi al di fuori dei “classici”
confini dell’impresa, essi debbono essere espulsi dalla medesima
e affidati a produttori e gestori esterni all’impresa, ai fornitori.
Questi processi di outsourcing danno luogo a meccanismi di sfruttamento
delle risorse fisiche e umane e di spese fisse che possono essere governati
meglio al di fuori dei confini dell’impresa, diminuendone i costi
di personale e di organizzazione.
Ma ciò produce e sta sempre più producendo — tanto
che si levano avvertimenti assai preoccupati anche da parte di importanti
gruppi legati al capitalismo industriale e non finanziario — la
disintegrazione e la frantumazione della grande impresa. La manifestazione
più evidente di questo processo è la diminuizione —
sul piano mondiale — delle sue dimensioni di scala, con la conseguente
riduzione radicale dell’occupazione.
I meccanismi di valutazione delle prestazioni dirigenziali hanno subito
una trasformazione radicale. Si sono in primo luogo diffusi meccanismi
di incentivazione rispetto ai risultati raggiunti nei singoli segmenti
in cui si suddividono le imprese, sulla base di quel meccanismo prima
sommariamente descritto.
Il mercato penetra dunque potentemente nell’ impresa ampliando
l’area delle relazioni impersonali e riducendo quella delle relazioni
personali. Nulla, nei sistemi manageriali, appare essere sottratto allo
scambio.
In verità non si tratta che di un processo di reificazione più
raffinato. Al mercato si sottrae il potere: sempre. Rimangono gli “dei”
del potere sul e del mercato: essi governano lo stesso mercato, sottratti
a esso, pena la loro caduta di legittimità.
Si tratta di un potente processo di reificazione del self dirigenziale:
il mercato governa, nella visibilità, tutte le transazioni. Ma
il dono rimane. E si dà invisibilmente, nell’occulto arcano
del potere. Esso è incarnato da coloro, spesso un piccolo gruppo,
che fissano le regole della simulazione di mercato e gestiscono le relazioni
personali che precedono l’applicazione delle regole di mercato
nell’impresa, fissandone le caratteristiche, nella consapevolezza
delle conseguenze di ogni genere che esse possono produrre. Questi gruppi
di potere — nuovi sacerdoti dello scambio monetario — disegnano
il contesto in cui può dispiegarsi tale potere, che si presenta
e si articola nella praxi reifìcata come potere impersonale di
mercato.
Quest’ultimo diviene, però, l’ultima reificazione
possibile: si dà mentre coloro che lo regolano a esso si negano,
organizzandone, infatti, le stesse regole. In questo senso esso si spoglia
dell’autorità e si presenta come pura forma di dominio
nella sua nuda sostanza “tecnica”.
Ma, nascosto da questa nudità (e si tratta quindi di un assai
fragile nascondimento), continua a sussistere e ad alimentarsi un nesso
strettissimo tra potere personale — e quindi relazioni personali
— e potere impersonale — e quindi relazioni impersonali.
Esso può con facilità essere intravisto. E quando ciò
accade il mercato si presenta spoglio di ogni “morale di sostegno”,
e può, di conseguenza, essere messo in discussione e negato in
forma radicale dalla coscienza degli attori sociali che ne provocano
la delegittimazione.
Il rapporto personale quindi non scompare: questo fenomeno va fortemente
sottolineato. Esso attraversa, piuttosto, una fase di superreificazione.
La manifestazione più evidente e paradossale — essa sì
— rispetto a quanto ho sin qui affermato, la si trova nel campo
della prestazione lavorativa del lavoro vivo, di quello che contribuisce
al processo di valorizzazione e che quindi non è né manageriale,
né — in qualsivoglia forma — direttivo.
Questo paradosso si presenta là dove la merce trova la sua valorizzazione
attraverso un processo di crescita della produttività che aumenta
in forme prima inusitate la riduzione e la subordinazione del lavoro
vivo al lavoro morto, incorporato in tecnologie sempre più distruttrici
di lavoro vivo.
Tutto ciò avviene nella ricerca, tuttavia, della riattualizzazione
e della riformulazione delle relazioni personali tra i soggetti e dello
scambio non di mercato, di cui dovrebbero essere portatori non tanto
i gruppi direttivi e proprietari d’impresa, quanto, invece, i
lavoratori subordinati. Quando questo processo si verifica, esso dà
luogo a forme di relazione personale che si propagandano come non sussunte
— nel processo di reificazione — ai rapporti tra cose.
Tutto ciò si evidenzia nelle nuove forme di prestazione del lavoro
vivo della cosiddetta “fabbrica post-tayloristica e post-fordistica”.
In essa viene richiesta ai soggetti lavoratori subordinati la partecipazione
e 1’ “obbligazione attiva” al processo di fabbricazione
e di valorizzazione.
La reificazione capitalistica viene in tal modo occultata e insieme
sacralizzata tramite l’esaltazione di forme sacrificali. Si tratta
di una sapiente opera di costruzione di un simbolismo neo-funzionalistico
che enfatizza le logiche affettive e le utilizza per occultare il meccanismo
di potere corporato tipico dell’impresa e delle grandi organizzazioni.
Ed è questo l’altro volto della diffusione dispiegata dello
scambio di mercato nella grande impresa capitalistica moderna.
La relazione tra dono e mercato nella grande impresa capitalistica si
fa, dunque, ancora più complessa quando si esamina il suo concreto
farsi nelle relazioni subordinate di lavoro.
La riflessione analitica è, come è noto, assai vasta dal
punto di vista sociologico, ma assai carente dal punto di vista etnografico
e ancor più da quello antropologico. Sulla questione del dono
e del suo rapporto con il mercato non esiste nulla di rilevante scientificamente.
Eppure tale prospettiva è decisiva per comprendere le trasformazioni
in corso.
Il lavoro vivo, in questi anni più recenti, è coinvolto
in quello che possiamo chiamare il “rovesciamento del processo
di subordinazione dal meccanismo di scambio non di mercato a quello
di mercato”. Nel caso della proprietà e del controllo,
infatti, è quest’ultima forma di scambio che, come ho già
detto, subordina a sé la prima. Nel caso, invece, della regolazione
e della subordinazione del lavoro vivo, è la forma di scambio
di non mercato che cerca di subordinare a sé quella di mercato.
Facciamo il punto sul quadro strutturale della situazione.
La cosiddetta esperienza “taylorista e fordista” ha contrassegnato
un’intera epoca dell’organizzazione del lavoro vivo nella
grande impresa. Essa si caratterizzava per la forte integrazione tra
norme di regolazione sociale (stili di vita e pratiche di lavoro), processi
tecnologici di fabbricazione e modelli organizzativi dell’impresa.
Il “fordismo” fu in grado di stabilire una sorta di convergenza
virtuosa tra questi paradigmi: i processi di organizzazione della società
e delle persone che in essa elaboravano i loro universi di costruzione
del self, le loro pratiche lavorative.
È importante sottolineare che quello che si usa chiamare “fordismo”
interessò, con le sue regole e i suoi costumi, sia l’ordine
sociale globalmente inteso, sia l’ordine produttivo specificatamente
determinato. Quest’ultimo si pose al centro del primo, sottoponendo
le persone alle regole della parcellizzazione e della razionalizzazione
strumentale lavorativa. Essa veniva realizzata sulla base della pervasività
assoluta della logica dello scambio di mercato: il lavoro scomposto
era retribuito con una razionalità strumentale che aveva nell’economia
monetaria un principio di pervasività globale e onnicomprensiva.
L’essenza del “fordismo”, infatti, è il “taylorismo”
(non la “regolazione sociale”). È la forma di scambio
di mercato che rende il lavoro una merce in tutta la sua globalità.
Essa non vorrebbe mai lasciare spazio a forme non di mercato attive
e operanti nella prestazione lavorativa. Solo in questo modo essa, in
una società capitalistica, può immaginare il divenire
dell’organizzazione sociale, con nuovi livelli di consumo e di
ampliamento del più generale tenore di vita. Questa globalità
è determinata dal fatto che lo scambio sottintende il processo
di sfruttamento e di creazione del plusvalore: ciò che si presenta
come scambio era ed è subordinazione del lavoro vivo al lavoro
morto.
Pur tra mille difficoltà — determinate dalla difesa e dalla
trasformazione del sociale sottratto al mercato dinanzi a questo processo
— la convergenza tra produzione e ordine sociale attraverso il
predominio della forma di scambio di mercato si realizzò soprattutto
nei punti più alti dello sviluppo industriale capitalistico,
ma con forme e misure assai disuguali. Negli USA si invera precocemente
a cavallo della Prima Guerra Mondiale; nell’Europa Continentale
soltanto negli anni Trenta;nell’Europa del Sud si realizza tardivamente
negli anni Cinquanta e Sessanta nei Nuovi Paesi Industrializzati di
cui oggi tanto si parla, si sta affermando soltanto ora, in specialissima
e abnorme misura, con tutti i “vantaggi” dell’arretratezza
economica. Essa, infatti, consente di passare da uno stadio all’altro
dell’evoluzione del macchinismo senza far proprie tutte le tappe
della diffusione del processo di valorizzazione capitalistica: dal “pre-taylorismo”
si può passare, talvolta, direttamente al “post-taylorismo”.
In definitiva, il “fordismo” era venuto costituendosi fondamentalmente
come un sistema di convergenze rigide tra i fattori della produttività.
Convergenze garantite dalla stabilità della crescita, dalla bassa
turbolenza dei mercati, dal ruolo fortissimo dello Stato sia a livello
dei finanziamenti alle imprese sia a livello dei trasferimenti di reddito
alle famiglie, oppure a livello di garanzia delle prestazioni universalistiche
di sostegno tipiche di una versione specifica del Welfare State.
Il nuovo modello di fabbricazione che emerge oggi dalle viscere Iella
produzione industriale più avanzata è la risposta alla
crisi di quel modello di convergenze, allorché quelle rigidità
divengono insostenibili.
Alla base, infatti, del nuovo modello di fabbricazione sta la cosiddetta
“produzione snella”, ossia una produzione che risolve il
problema perenne della riduzione dei costi con un uso “frugale”
dell’automazione e un uso “spietato” del tempo.
L’uso “frugale” dell’automazione deriva dai
fallimenti della fabbrica completamente robotizzata: fallimenti imposti
dalla non più esistente convergenza tra solvibilità della
domanda e produzione di massa. Ora essa è a scarsissima intensità
di lavoro umano e ad altissima intensità di capitale fisso: le
turbolenze dei mercati e i livelli competitivi impongono, infatti, tali
gradi di flessibilità che nessuna automazione integrale può,
sino a ora, tecnologicamente consentire, se non a costi altissimi. Il
tutto è aggravato, inoltre, dal fallimento del “fordismo”
(che nessuno ricorda mai) sul piano della creazione di una “società
di consumatori e di occupati”: la società da esso costruita
è, infatti, disuguale, sia nei consumi, sia nell’occupazione.
La variabilità dei mercati e quindi della massa prodotta deve
essere oggi affrontata con quella che si chiama “flessibilità
globale”, pena la morte dell’impresa capitalistica. Tale
“flessibilità globale” è perseguita attraverso
un processo di creazione di “flessibilità locali”
importanti e decisive. Tali flessibilità sono necessarie perché
oggi si opera sempre con l’incubo della sovracapacità produttiva
e nell’universalità del presupposto che le forme della
divisione del lavoro e le forme dell’estensione dei mercati sono
strettamente intrecciate, più di quanto non lo fossero un tempo.
Ora la crescita mondiale non è più sostenuta e continua,
ma bassa e incostante. Rimane, tuttavia, il principio di continuità
tra vecchio e nuovo modello: il lavoro e le sue regole debbono essere
prescritte, ossia programmate e incorporate nella tecnologia e nel sistema
di norme fatte proprie attraverso un rapporto di subordinazione dagli
uomini che lavorano.
Ma è proprio questo rapporto di subordinazione che oggi si deve
occultare per consentire al meccanismo di funzionare.
Qui interviene il cambiamento più rilevante per il nostro ragionamento.
Oggi, alla prescrizione burocratizzata e di scambio di mercato, tipica
del controllo tayloristico, sta sostituendosi la prescrizione tecnica
e di scambio non di mercato. Solo questa forma di scambio, infatti,
può consentire alla prescrizione tecnica di divenire altamente
pervasiva in un contesto di crescente flessibilizzazione di tutti i
fattori della produttività. Infatti, tale flessibilità
può realizzarsi soltanto grazie all’ autocontrollo e all’autoprescrizione
dei tempi e dei ritmi da parte dei lavoratori, una volta che siano definiti
gli obiettivi.
Si può comprendere quanto sta accadendo se ricordiamo che dalle
nuove forme di produzione emerge un principio generale di convergenza
tra tecnologia, organizzazione e regole sociali diverso da quello rigido
del passato: il “sincronismo adattativo”. Esso deve fondarsi
sulla semplificazione delle operazioni e insieme sull’alta flessibilità
delle prestazioni degli uomini.
Nel “fordismo” prevaleva un principio “omeostatico”,
ossia di contiguità e di omogeneità di lungo periodo che
poteva essere governato con meccanismi impersonali, regolati da scambi
immediati di mercato (lavoro “quantificato” contro denaro).
Nel “sincronismo adattativo” il proposito manageriale e
direttivo è quello di realizzare continuamente l’integrazione
dell’impresa con il mercato sfidando la turbolenza di quest’ultimo:
ma è possibile far ciò soltanto rifiutandosi di “quantificare”
il lavoro, come accadeva nel “taylorismo-fordismo”. E questo
perché, con i gradi elevatissimi di flessibilità ora richiesti,
questa “quantificazione” sarebbe costosissima e così
gravosa dal punto di vista burocratico, da non poter esser governata
neppure dal più raffinato sistema informatico. Nel modello della
precedente produzione di massa era possibile separare la produzione
dal mercato e dall’ambiente attraverso il sistema delle scorte
che proteggevano l’impresa dalle variazioni dei mercati. Ora questa
separazione non è più possibile: l’integrazione
con gli sbocchi di consumo deve essere ricercata sia grazie alle nuove
possibilità dalle prescrizioni tecniche e tecnologiche, sia dalla
disponibilità a donare da parte del lavoratore.
Il modo del capitalismo, come in un gigantesco “carnevale”,
si rovescia. Sino a poco tempo fa era il possessore dei mezzi di produzione
a “donare”: il “paternalismo” industriale sta
lì a dimostrarlo, con le sue cattedrali operaie, città-fabbrica,
colonie per i bambini, ospedali e sanatori, mutue pensionistiche e assicuratrici.
Il tutto offerto per solidarietà e, insieme, per obbligare alla
contro-prestazione del “rendere”: rendere che cosa? La subordinazione,
naturalmente. Essa, come ci ha insegnato Godelier, è l’altra
faccia del dono.
Ciò che era sottratto a tale scambio non di mercato era l’essenza
di questa subordinazione: la proprietà e la separazione tra direzione
ed esecuzione del lavoro, che rimaneva saldamente nelle mani di coloro
che si dimostravano solidali.
Ora i termini del problema stanno cambiando. La tendenza generale per
cui il dono è divenuto una questione soggettiva e personale s’interseca
ormai con la prevalenza, in altre sfere della vita della società,
di forme di scambio non di mercato che si presentano in forme collettive.
È il caso, nella grande impresa capitalistica, del lavoro subordinato,
che si vorrebbe veder donare partecipazione e appartenenza agli “dei”
del potere dell’impresa.
Questo è l’essenziale. Ma essenziale è anche il
fatto che ora questa forma di scambio non di mercato non si presenta
più come una forma di resistenza al dilagare dello scambio di
mercato, ma ne diviene una nuova e più raffinata struttura di
sostegno: pare divenirne una condizione di esistenza.
Nel carnevale del “sincronismo adattativo, post-taylorista e postfordista”,
il dono è ora un processo che si presenta come manifestazione
più dell’orientamento all’azione dei lavoratori che
dei proprietari e dei dirigenti, la cui vita d’impresa è,
invece, sovradeterminata dallo scambio di mercato.
Qui è la sconvolgente novità dei processi in corso. Nelle
regole istituzionali che sovradeterminano la fabbricazione e la produzione
a livello operaio, si sta compiendo un decisivo passaggio dalla logica
definita come “conflittuale” alla logica definita come “cooperativa”.
Occorre comprendere perché questo processo si verifichi. Una
prima causa è senza dubbio il fatto che si sono realizzati, a
questo proposito, importanti passi avanti con la riduzione della fatica
e del disagio lavorativo.
Ma solo questo non è sufficiente per spiegare il fenomeno. Nel
contempo, infatti, all’operaio si chiede di “partecipare”
non solo alla gestione della flessibilità a livello micro-sociale,
ma anche e soprattutto all’estensione dei carichi di lavoro e
di responsabilità.
E questo mentre, spesso, si assiste a un abbassamento dei livelli salariali
e a una compressione dei profili di carriera. E questo, ancora, nel
contesto di una diffusa disoccupazione di massa, con le conseguenze
che ciò provoca nell’orientamento all’azione dei
soggetti.
Si definisce, allora, la contraddizione: il “dono” si propone
come alternativa allo scambio di mercato in un contesto di costrizione
dei soggetti. Qui sta l’arcano: si dona in condizioni di costrizione..,
eppure si dona... Questo è innegabile: lo si rileva da moltissime
ricerche e anche da esperienze personali di chi scrive questo saggio.
Lo scambio di mercato costringe — si potrebbe dire — allo
scambio di non mercato e ne alimenta la diffusione. Ma si tratta veramente
di un dono? E qual è il rendere da parte del soggetto che è
destinatario del dono? L’interrogativo, in definitiva, è
il seguente: questa crossfertilization si stabilizzerà, oppure
non si tratta che di una fase temporalmente molto limitata della trasformazione
del meccanismo di accumulazione allargata del capitalismo?
Rispondere a questa domanda è decisivo: se a essa non si dà
una risposta affermativa lo stesso “post-taylorismo” e lo
stesso “post-fordismo” sono messi in discussione.
Aumenta il rischio che, a poco a poco, anziché la partecipazione,
si diffonda l’anomia, il distacco affettivo, il non riconoscimento
emotivo, la sostituzione delle pratiche strumentali alle logiche espressive.
Se questo si diffondesse, il principio di dono, personale, individuale,
sarebbe colpito a morte, con l’incepparsi del “sincronismo
adattativo”: a partire esattamente dalla cellula elementare di
esso, ossia dalla fabbricazione.
In questo senso è drammatico osservare quanto accade in Giappone,
con il lento ma irreversibile disgregarsi del modello partecipativo,
esattamente a livello delle norme sociali.
2. Il lavoro come questione sociale nel nuovo
capitalismo
La questione del “nuovo capitalismo” richiama
prepotentemente al problema del lavoro.
È merito del libro che qui si presenta al lettore porre questa
essenziale questione al centro della riflessione. Il disegno intellettuale
che tutto lega l’ordito del lavoro è la proposta di superare
la prestazione lavorativa tradizionale subordinandola sì al mercato,
ma non al capitale.
Il lavoro, con forti connotati utopici ma altrettanto forti motivazioni
scientificamente fondate, potrebbe così divenire un soggetto
tanto economico quanto politico-sociale in grado di confrontarsi con
lo stesso capitale.
La professionalità, l’imprenditorialità autonoma
o associata e la separazione che ne può conseguire tra lavoro
e salario è la via maestra, secondo il testo, per realizzare
un nuovo equilibrio sociale, che va ben oltre l’equilibrio tra
il capitale e il lavoro. La realizzazione di tale utopia consentirebbe
di affrontare in modo positivo la contraddizione profonda del nuovo
capitalismo: la scarsità di lavoro.
Si tratta, come è noto, di un problema eterno del capitalismo.
Non solo le organizzazioni dei lavoratori si sono cimentate nella ricerca
per ovviare a questa scarsità.
Solo per rimanere nel nostro “bel paese” basterà
ricordare che il 30 di giugno del 1932 Giovanni Agnelli, nel pieno della
bufera della grande depressione e nel cuore dei contrasti che segnavano
il suo rapporto con la macchina dello stato fascista, concesse un’intervista
alla United Press che destò scandalo e suscitò scalpore.
Il Senatore, con tutta l’autorevolezza che lo contraddistingueva,
affermava che il solo rimedio decisivo per far riprendere all’economia
il sentiero della crescita era la stipulazione di una nuova convenzione
internazionale di Ginevra (simile a quella sulle otto ore) sul problema
della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario.
Ma questa misura doveva essere accompagnata dalla sostanziale distruzione
dell’apparato autarchico e protezionistico, in modo da favorire
la ripresa degli scambi internazionali e quindi l’espansione dei
mercati su scala mondiale. Gli strali liberisti a oltranza di Luigi
Einaudi, da un lato, e la scomunica dell’apparato del regime che
nel protezionismo vedeva la greppia per far allignare i privilegi delle
sue burocrazie parassitarie, dall’altro, si unificarono per far
cadere nel nulla la proposta del “vecchio industriale” Giovanni
Agnelli. Le parole di Giovanni Agnelli, con quell’intreccio di
utopia (“l’accordo internazionale”) e di semplice
realismo (“vendere è l’imperativo categorico”),
mi sono ritornate alla mente leggendo il testo che ora l’editore
Guerini e Associati dà alle stampe.
Il libro propone, infatti, in forma molto originale una strategia contro
quella distruzione del lavoro che è uno degli aspetti drammatici
dell’attuale fase della trasformazione economica mondiale. Esso
contiene, infatti, sostanziali novità rispetto a quella che può
ormai dirsi una solida e diffusa vulgata rispetto al problema della
disoccupazione e dei rimedi che si ipotizzano contro la stessa, per
far nuovamente collimare crescita economica e crescita dell’occupazione.
La caduta del modello virtuoso della crescita e la scarsità dell’occupazione
hanno rimesso in primo piano la centralità del lavoro e della
sua riproducibilità, tanto per l’ordine sociale quanto
per l’integrità psico-fisica delle persone, come molti
pensatori non alla moda hanno continuato a ritenere e a teorizzare in
anni non brevi e di isolamento. Il testo ripercorre molte di queste
tematiche e le collega agilmente a quelle dei diritti di cittadinanza
civili, sociali e politici, paventando che l’avvento irreversibile
della scarsità di lavoro mini alla base la riproducibilità
stessa del sistema sociale e quindi della stessa vita associata. E ad
esso non sfugge che il problema del lavoro non soltanto è un
problema internazionale e che quindi solo a quel livello può
essere affrontato e risolto (il vecchio Agnelli docet), ma che tale
problema non si risolve evitando di affrontare il nesso tra produzione
e produttività. Solo esaltando tale nesso e lasciando libera
la produttività di manifestarsi in tutta la sua potenzialità
creatrice, e non solo distruttrice, si potrà lentamente risalire
la china della distruzione del lavoro. Alla radice di questa produttività
creatrice deve esservi, secondo il testo, la professionalità
del lavoro associato: la riproposizione della cooperazione è
la chiave di volta per saldare professionalità, associazione
e produttività in un circolo virtuoso.
E’ indubbio che lo spirito del capitalismo non conduce inevitabilmente
alla piena occupazione, quanto invece alla ricerca di tutto ciò
che può contrastare la caduta del tasso di profitto. Ma tale
ricerca può tradursi in una nuova e colossale crescita se l’aumento
della produttività e quindi della competitività può
nuovamente manifestarsi in tutto il suo potenziale liberatorio.
La globalizzazione può essere una formidabile occasione a questo
proposito, perché consente una via di crescita per le nuove imprese
eper le nuove attività economiche che la liberalizzazione dei
mercati porta con sé. Certo che se, in un mondo ormai fondamentalmente
terziarizzato, le resistenze più feroci alla liberalizzazione
si manifestano proprio nel settore dei servizi (come dimostrano le vicende
italiane sulle telecomunicazioni, il cui nodo gordiano è stato
tagliato soltanto dalla spada nord-americana), ebbene, allora quella
relazione tra aumento della produttività e creazione di nuove
occasioni di sviluppo e di occupazione non può innescarsi.
Il feticcio non è la deregolamentazione oppure la flessibilità.
Il problema sono i costi sociali che l’intreccio delle rendite
parassitarie, protezionistiche e corporative fanno gravare sul complesso
dei fattori che potrebbero invece ripristinare un meccanismo virtuoso
tra aumento della produttività e aumento dell’occupazione.
Solo in questo modo non ci si ritrae impietriti dinanzi al modello americano.
Certo, esso produce disuguaglianza e divaricazione sociale; certo, esso
rischia di emarginare interi settori della società, ma nel contempo
esso rivela una eccezionale capacità di riproduzione e di resistenza
creativa dinanzi alle sfide tecnologiche e del dumping sociale che promanano
dal nuovo capitalismo asiatico. Quest’ultimo è molto più
pericoloso sotto tutti gli aspetti — pensiamo appunto ai diritti
sociali, civili, politici — di quello nord-americano che, in definitiva,
risponde in forma non de-industrializzante alla sfida dell’apertura
dei mercati (che in verità promuove e propugna beneficamente).
Occorre quindi non soltanto studiarlo attentamente, ma, per certi versi,
imitarlo e creativamente adattarlo alla nostra scultura storica europea.
Come? Cooperando tra imprese e tra istituzioni su scala internazionale
per creare quelle nuove istituzioni di sostegno sociale e di coesione
della società che dovranno essere, nella crescita della competitività
sociale ed economica, quelle del welfare europeo riformato. L’alternativa
a ciò è la de-industrializzazione europea: e allora non
avremo neppure più le case editrici per far stampare sotto casa
i libri e le riviste su cui esporre la lacerazione delle coscienze e
delle vesti per la disperazione che genera in taluni il crollo di un
mondo che è ormai irriformabile e che non è più
governabile con i vecchi criteri del welfare protezionistico e ingiusto,
che penalizza il lavoro e premia le rendite. Un sistema a cui non si
può sfuggire socializzando non tanto la miseria, quanto, invece,
la caduta della produttività e quindi della capacità competitiva,
come troppo spesso si ostinano ancora a non riconoscere i rispettabilissimi
protagonisti di un’ intera stagione del conflitto sociale e della
costruzione delle burocrazie di gestione dello stesso: protagonisti
drammaticamente incapaci di comprendere il nuovo che avanza.
La ricerca dell’Istituto lombardo è una testimonianza nobile
e alta,intensa e partecipata, del tentativo di rispondere positivamente
alla grande sfida che avanza con il nuovo capitalismo.
Nota del Curatore
La ricerca che viene presentata all’attenzione
del pubblico, interessato ai temi del lavoro, è il frutto di
un’approfondita analisi delle problematiche che si sono venute
manifestando sull’argomento in questi ultimi anni.
Essa è stata condotta con l’ausilio di vari esperti e ha
consentito di approdare a conclusioni, sufficientemente attendibili,
per quanto riguarda i rimedi che si possono suggerire non solo per affrontare
le difficoltà del presente, ma soprattutto per spianare la strada
al futuro, senza incorrere negli errori che hanno caratterizzato la
storia del lavoro degli ultimi cento anni.
In sostanza la ricerca si muove nella prospettiva di attuare una radicale
riforma sociale e giuridica della prestazione lavorativa, all’in-terno
di una concezione di liberismo economico, che mantenga al centro dell’attenzione
l’idea di mercato, così come essa si è andata affermando
nel mondo occidentale.
Tuttavia, è certo che proprio all’interno del mondo economico
si sono venuti manifestando fattori che, al di là di ogni enfatizzazione,
oggi hanno reso sempre più precaria la prestazione lavorativa
tradizionale.
Il lavoratore cioè non ha più sufficienti certezze né
sui modi né sui tempi della prestazione, così come del
resto l’imprenditore, al di fuori dei casi in cui viene esaltata
la professionalità, è sempre meno in grado di poter fare
assegnamento su risultati qualitativamente perfetti.
Questa tendenza in atto produce effetti contrari a quanto le parti sociali
vorrebbero, in quanto chi lavora desidererebbe conseguire una certezza
di vita, e anche la valorizzazione della propria professionalità,mentre
chi dà lavoro vorrebbe contare su tanta efficienza da poter battere
la concorrenza.
Per un’inversione di tendenza di questo processo, non v’è
dubbio che occorra dare spazio a un diverso incontro tra i due fattori
della produzione, capitale e lavoro, onde permettere un nuovo equilibrio
tra loro, più adeguato alle esigenze che si stanno manifestando.
Occorre cioè riportare il lavoro al mercato, ma facendo in modo
che non sia assoggettato al capitale: costituisca cioè un fattore
autonomo capace di confrontarsi unitariamente, anche se organizzato
in forme molto articolate, con il capitale medesimo.
Il conseguimento di un obiettivo del genere è possibile solo
abbandonando la logica salariale, da cui nella sostanza deriva la mancanza
di un equilibrio effettivo tra i due fattori. La strada è quella
della valorizzazione della professionalità, cui si connette la
generalizzazione del sistema retributivo, costituito dalla contrattazione
sulla base di prezzi e tariffe, non del lavoro in sé ma dei risultati
del lavoro, opere o servizi che siano.
Si tratta cioè di sostituire alla prestazione lavorativa subordinata
quella autonoma, singola o associata, consentendo così l’imprenditorializzazione
del lavoro e un processo di accumulazione anche a favore del fattore
lavoro. Ciò può consentire la realizzazione di un sistema
in grado di dare garanzia non solo di un lavoro stabile per tutti, anche
se di entità talora più limitata, ma di maggiore sicurezza
per tutti gli eventi della vita.
Il processo di trasformazione che ne deriva può del caso essere
molto graduale, onde saggiarne anche l’efficacia: vi sono infatti
settori più idonei ad affrontarla, come quello educativo o quello
della giustizia, in cui la professionalità ha un valore tanto
elevato, da rendere già quasi obsoleto il rapporto di lavoro
subordinato.
Si tratta in sostanza di fare in modo che si incrementino le categorie
professionali da un lato e che si sviluppi dall’altro un esteso
movimento cooperativo destinato alla funzione sua propria, quella di
organizzare ed esaltare l’attività lavorativa e la professionalità
collettiva nell’ambito di una forte solidarietà.
Naturalmente lo studio che è stato condotto sull’argomento
ha il valore di una semplice indicazione senza alcuna pretesa di costituire
la base scientifica di una proposta socio-politica; tuttavia l’ideazione
che ne promana rappresenta il tentativo di porsi in un’ottica
nuova e diversa di fronte al problema lavoro, sia rispetto all’esigenze
della produzione sia rispetto ai bisogni di chi lavora.
D’altra parte il progressivo evolversi della tecnologia, l’avvento
dell’informatica e la tendenza del mercato a espandersi in forma
globale sono fattori che non lasciano molto tempo alla ricerca di nuove
strategie a difesa del lavoro e alla soluzione dei problemi che ne scaturiscono.
Ciò che è in gioco non è tanto l’interesse
del singolo, quanto la pace sociale e il futuro dell’umanità.
Chi ha svolto la ricerca si augura perciò semplicemente di avere
fornito alcuni elementi di riflessione per una maggiore presa
di coscienza delle gravi problematiche che incombono sul mondo del lavoro,
e della necessità di dovere ripensare la sua organizzazione e
la sua tutela, non senza ricordare che viene prima di tutto la salvaguardia
del contenuto etico del lavoro, secondo l’insegnamento di Hans
Jonas.
Mario Giacomini
Introduzione
La parola “lavoro” ha indicato, fin dalle origini, in tutte
le lingue, un comportamento umano caratterizzato dalla sofferenza, una
condizione cioè in cui riecheggia, si può dire, il biblico
“sudore”1 il lavoro è in sostanza qualcosa di faticoso,
ponos per i greci, labor per i romani, termini con i quali si identifica
soprattutto il senso della pena, dello sforzo, dell’afflizione
a cui l’uomo non può sottrarsi.
Anche i corrispondenti termini francesi, inglesi e tedeschi, Travail,
Work e Arbeit denotano sostanzialmente la stessa sensazione di sottomissione
a un peso, a una fatica.
Traducendo il ponos dell’Ecclesiastico con il famoso termine Beruf2,
che suona vocazione, chiamata, ascesi, è Lutero a introdurre,
per il termine lavoro, un concetto e un significato diversi che, con
l’approfondimento, riveleranno poi un’importanza fondamentale:
il senso di Beruf è infatti quello di un comportamento, di un’attività
umana che pur non essendo otium o Hobby, o comunque godimento, pur tuttavia
non è più ponos: è ciò che dà significato
all’esistenza, ciò che prende sostanza dalle profondità
della coscienza per consentire all’essere umano di avere una presenza
nella società civile, di esprimere, in una parola, una professionalità.
Da questo pilastro concettuale istituito dalla dottrina protestante
ha preso avvio un processo evolutivo nell’idea del lavoro e la
formazione di una serie di fattori nella condizione umana, che hanno
dato vita a un insieme di trasformazioni politiche sociali ed economiche,
dalle quali è nato e si è affermato quel processo che
va sotto il nome di capitalismo. E ciò è avvenuto nonostante
a un certo punto sia apparso sull’itinerario di questo movimento
storico uno sbarramento minaccioso e temibile quale il marxismo.
Anche se oggi si può ritenere che l’esperienza marxista
fondamentale sia sostanzialmente conclusa, non si può negare
che l’influenza, esercitata dal marxismo sul mondo del lavoro,
sia stata determinante per salvaguardare i lavoratori dal più
pesante sfruttamento cui certamente il regime capitalistico li avrebbe
assoggettati, se fosse rimasto libero di manifestarsi per ciò
che realmente è: e questo sia nei paesi in cui il marxismo è
stato al potere, sia in quelli in cui ha svolto un ruolo di opposizione,
imponendo quei correttivi di ordine sociale che nel corso del tempo
si sono resi possibili.
“Con il comunismo muore una speranza...” ha scritto Norberto
Bobbio, contro il parere prevalente degli osservatori. E già
Tocqueville scriveva, ai suoi tempi, che l’industrializzazione
emergente dava vita a “una aristocrazia manifatturiera tra le
più dure mai apparse sulla terra”3.
Occorre quindi ammettere che se il marxismo ha prodotto da un lato il
comunismo, è servito, dall’altro, anche a far nascere le
grandi socialdemocrazie dell’Occidente, dove il mercato regolamentato
dal potere pubblico, riequilibrato dalle trattative sindacali e corretto
dalla ridistribuzione dei redditi, pur restando il perno dell’economia,
garantisce nel contempo un minimo di uguaglianza in condizioni di libertà
e di certezza dei diritti civili.
L’intero processo storico da cui sono nati marxismo e capitalismo
merita pertanto di essere attentamente considerato ancora una volta,
giacché in esso si possono reperire elementi atti a spiegare
meglio il corso degli eventi che si è determinato, ma soprattutto
si possono ricavare utili indicazioni sul modo di affrontare gli eventi
in atto, per trovare soluzioni più adeguate per un assetto socio-economico
maggiormente vicino a un ideale di giustizia, di solidarietà
e di elevazione umana.
In ogni caso è certo che una ricerca di tale genere, mentre da
un lato può consentire di migliorare il sistema in atto in Occidente
attraverso un contenimento degli aspetti più negativi che vi
risultano, dall’ altro può suggerire metodi più
appropriati per la trasformazione dei regimi dell’Est da un’economia
pianificata a un’economia di mercato, tenendo conto dei gravi
rischi e degli alti costi sociali che sinora sono apparsi nelle varie
soluzioni prospettate dagli esperti economici che hanno avuto occasione
di occuparsene4.
1 “col sudore del tuo volto ti ciberai del pane...”
(Gen. III, 17-19).
2Adoperata per la prima volta nella traduzione del passo della Bibbia
di Gesù Sirac (II, 20 e 21) precedentemente tradotto con Werk
(opera).
3 Valga il caso emblematico della trattativa condotta dall’americana
Johnson & Johnson circa l’acquisto in Polonia del Cantiere
Navale Lenin, le cui condizioni prevedevano il licenziamento della metà
dei lavoratori occupati, la riduzione dei salari a 40 cents all’ora
e l’impegno a non scioperare per cinque anni.
Capitolo decimo
Verso un nuovo assetto del lavoro
Nella direzione del lavoro libero vi è tutto un
orientamento di pensiero che, seppure non del tutto palese, è
ugualmente concreto, e si presenta come un senso di attesa per qualcosa
di nuovo, che si deve manifestare e di cui occorre prendere coscienza,
per poter dare un nuovo senso al vivere umano e un nuovo assetto alla
società civile.
Gli autori che avvertono questa esigenza appartengono ai più
svariati settori della cultura, dai filosofi, ai sociologi, ai giuristi,
agli economisti, e ciò avviene non solo da oggi, ma da quando
hanno cominciato a emergere i problemi di una società ad assetto
capitalistico.
Stuart-Mill (come già si è avuto occasione di ricordare)
aveva detto che sarebbe stato irragionevole aspettarsi un’eterna
divisione in classi, tra i datori di lavoro da un lato e i prestatori
di lavoro dall’altro. Anche Marx ha basato tutta la propria critica
sociale muovendo dall’elementare constatazione che la forza lavoro
non poteva essere considerata una merce e quindi non poteva essere affidata
alle regole del mercato.
La grande attesa del marxismo per gli effetti del proprio pensiero rivoluzionario
in fondo sta tutta qui, nel considerare come irrinunciabile la difesa
dell’essenza dell’uomo, rappresentata dal suo spirito creativo,
che si manifesta soprattutto nel lavoro, e nel pretendere su questo
punto una risposta dal mondo, risposta che sino a oggi non è
mai venuta.
Per questo motivo Popper, pur addebitando a Marx la “miseria”
dello storicismo, riconosce, come veritiera, la sua profezia, secondo
cui proprio la lotta di classe avrebbe provocato la trasformazione del
sistema.
Ed è quasi incredibile che oggi, dopo la sconfitta del socialismo
reale (che addirittura aveva creduto di dover ricorrere all’esproprio
dei mezzi di produzione), sia ancora proprio la lotta di classe, cioè
il confronto che divide chi acquista e chi vende la forza lavoro, il
punto da cui ci si deve muovere e da cui può scaturire un ordine
sociale diverso, più consono alle esigenze e alle finalità
umane.
Ecco perché Massimo Cacciari1 afferma che una nuova sinistra
dovrà muoversi a partire dal riconoscimento della nuova forma
assunta dal lavoro, valorizzandone l’effettiva autonomia, giacché
questa è la strada per il rivolgimento, la riappropriazione da
parte della classe lavoratrice della propria autonomia, e della propria
capacità organizzativa di tutta la forza lavorativa.
Così Pietro Ichino2, constatando come giurista l’impossibilità
di pervenire a una definizione unitaria della nozione del lavoro subordinato,
ove si dovesse procedere a riformulare la norma contenuta nell’articolo
2094 c.c. nella prospettiva di un quadro complessivo di riforma della
materia, indica l’opportunità di un “superamento
della summa divisio tradizionale tra lavoro subordinato e lavoro autonomo”.
Egli già aveva avuto occasione di rilevare la sempre minore necessità
per l’impresa di disporre di una prestazione lavorativa strettamente
coordinata sotto il profilo spazio-temporale e una convergenza di interessi
sia dei datori di lavoro che dei lavoratori verso l’espletamento
dell’attività lavorativa in forma autonoma.
Ma anche un teorico del liberalismo come Ralf Dahrendorf non si sottrae
alla necessità di pensare a una trasformazione nell’assetto
del lavoro, ipotizzando al posto della società del lavoro una
società dell’attività in cui al lavoro salariato
si sostituisca la libera attività basata sulla professionalità
di ciascuno. Per questo disegno prende le mosse, come egli stesso dichiara,
dalle verità espresse da Max Weber, il quale, egli dice, “vide
le possibilità e i rischi della società moderna più
chiaramente di qualunque altro” soprattutto quando percepì
l’incubo della “struttura di subordinazione”3.
Infatti proprio nella struttura di subordinazione si annida l’origine
di tutti i mali della società moderna, non solo perché
essa contrasta con quella coscienza della libertà che rappresenta
la conquista più importante della forma democratica, ma perché
la subordinazione è la negazione dell’autonomia e dell’indipendenza
individuale, le quali a loro volta rappresentano il presupposto di qualsiasi
principio etico4.
In questo senso è l’insegnamento di Benedetto Croce manifestato
nell’epilogo della sua Storia d’Europa, e cioè che
la storia è storia della libertà: c’è storia
perché c’è libertà, la libertà è
la forza che anima tutta la storia.
Il comunismo, invece, che pur sognava il regno della libertà,
non è stato in grado di risolvere il problema fondamentale dell’umana
convivenza che è appunto quello della libertà.
In modo analogo si esprime Hans Jonas5, allorché, muovendo dal
pensiero di Marx6, arriva a dare significato all’idea di lavoro
come bisogno vitale primario per l’uomo, che deve essere liberato
e riprendere la sua funzione di gestore di un rapporto creativo con
la natura, per consentirgli di essere ciò che egli è,
cioè profondamente autentico, sia pure nella propria ambiguità,
e poter così passare dall’era dell’euforismo prometeico
a quella dell’etica della responsabilità, percependo il
senso della propria sacralità, o meglio della sacralità
della sua presenza nel mondo.
Anche André Gorz7 muove da considerazioni simili, allorché
si rifà al pensiero di K.H. Horning8 secondo il quale gli individui
sono “costretti all’autonomia” (espressione in cui
risuona quella di Sartre di “condannati a essere liberi”)
e sviluppa la sua teoria per il superamento del capitalismo, consistente
nell’ idea di eliminare il dominio di una sfera di attività
sull’altra, cioè sostanzialmente il principio di subordinazione.
Così Ernest F. Schumacher, per bocca di Aldous Huxley, prospetta
la possibilità per gli uomini di diventare imprenditori di se
stessi o membri di gruppi cooperativi autoregolati9. Mentre James Meade
nel saggio intitolato Agathotopia arriva a prospettare la realizzazione
di un mercato più avanzato dell’attuale, in cui anche i
lavoratori non possano sottrarsi alla sfida del lavoro imprenditoriale.
E Ivan Illich puntualizza il senso dell’autonomia lavorativa con
una parola tedesca, Eigenarbeit, coniata da Christine von Weizsacher,
la quale designerebbe una forma di attività storicamente nuova,
caratterizzata dal fatto di distaccarsi dall’organizzazione produttiva
e consumistica tipica dell’apparato industriale 10.
È quindi evidente come tutto un orientamento di pensiero si rivolga
verso una rivendicazione dell’autonomia del lavoro, tanto da far
dire a Michael Walzer11 che anche l’impresa a un certo punto del
suo sviluppo dovrà essere sottratta al controllo imprenditoriale
in quanto neppure l’imprenditore, in una società democratica,
ha il diritto di governare gli altri.
Se, come ricorda Vittorio Possenti12, la ragion pura pratica di Kant
è assolutamente autonoma (cosicché l’autonomia è
il principio della dignità della natura umana e di ogni natura
ragionevole) anche nell’ambito del lavoro questa idea di autonomia
deve trovare il proprio spazio.
Tanto più che, anche se non vi si identifica, la nozione di autonomia
rinvia strettamente a quella di libertà, e l’idea di libertà,
come afferma e insegna un grande interprete della religione cristiana
padre David Maria Turoldo13 (a proposito del senso da attribuire al
primo comandamento), sottintende quello dell’essenza di Dio, in
quanto Dio è essenzialmente attribuzione di libertà, capacità
di scelta per l’uomo di non essere schiavo.
Sull’autonomia e sulla libertà occorre dunque costruire
un nuovo assetto del lavoro, muovendo da una riflessione fondamentale
che è presente nella stessa enunciazione profetica di Marx, e
cioè che solo dall’associazione dei lavoratori può
venire il cambiamento del sistema e il superamento del capitalismo.
Il concetto viene puntualmente rievocato da André Gorz14, quando
ricorda l’insegnamento di Marx secondo cui per la classe lavoratrice
è di importanza vitale costituirsi come soggetto collettivo,
sostituendo alla divisione capitalistica del lavoro un’unione
volontaria di lavoratori, capaci di realizzare, attraverso una poiesi
collettiva, un’attività lavorativa autonoma prestata coscientemente
e metodicamente.
Anche se Gorz non sembra credere a questa profezia in quanto il lavoratore
collettivo a suo avviso non potrà mai sostituire l’intero
apparato produttivo, sussistendo la separazione dai lavoratori non solo
dei mezzi di produzione, ma anche della conoscenza tecnica complessiva,
tuttavia prospetta una possibile soluzione al grave problema della disoccupazione,
non solo ripercorrendo un itinerario marxista, ma basandosi sostanzialmente
sulla capacità della classe lavoratrice di porsi ancora una volta
come soggetto collettivo.
Più appropriata sembra l’analisi che viene svolta da Pietro
Barcellona15 quando dichiara che bisogna sottrarre al dominio capitalistico
il controllo del processo produttivo, cominciando dall’organizzazione
del lavoro: “occorre” egli dice “costruire una nuova
organizzazione del sistema sociale del lavoro che abbia come obiettivo
fondamentale e prioritario la ridistribuzione del lavoro fra tutta la
forza lavoro esistente, e — aggiunge — la riduzione drastica
dell’orario di lavoro”16.
E proprio da qui prende le mosse la proposta che intendiamo avanzare,
consistente nel progetto di una riappropriazione da parte della classe
lavoratrice della propria intera forza-lavoro, per organizzarla in modo
tale da poterla gestire in forma autonoma nella sua totalità,
mettendo a disposizione del mondo produttivo non più la forza
lavoro in sé, ma solo i risultati che ne conseguono, e gestendo
poi l’intero processo secondo un criterio imprenditoriale in forma
cooperativistica.
Questo processo, che potrebbe essere messo in moto anche da un’
iniziativa unilaterale da parte dal fronte sindacale, potrà richiedere
per la sua completa realizzazione tempi lunghi o più brevi, a
seconda delle aree da interessare, o dei diversi modi con cui si potrà
attuare in concreto. Tuttavia una caratteristica fondamentale lo contraddistinguerebbe:
quella di presentarsi come un processo molto elastico, che potrebbe
convivere benissimo con l’attuale organizzazione del lavoro, sostituendola
lentamente, in modo progressivo, così come potrebbe subentrare
quasi istantaneamente a essa, ove intervenissero gli opportuni provvedimenti,
senza per questo provocare alcun trauma al sistema, in quanto tutti
gli ammortizzatori sociali esistenti potrebbero continuare a funzionare,
finché necessario.
Del resto un principio d’attuazione di questo stesso processo
è, in Italia, già in atto, come è dimostrato dallo
sviluppo sempre maggiore del lavoro autonomo, dalla massiccia presenza
delle cooperative di lavoro, che si impongono sul mercato per la loro
particolare efficienza e capacità, e altresì da molteplici
iniziative parallele di compagnie o squadre di lavoratori che, particolarmente
in alcuni settori come l’edilizia, sono in grado di gestire in
forma autonoma ed efficiente interi comparti di lavoro17.
Non vi è dubbio quindi che, se può essere opportuna 1’
abrogazione di una norma legislativa come quella contenuta nell’articolo
2094 c.c., è ancora più importante che il principio in
essa contenuto venga rimosso dalle coscienze come non conforme all’etica
fondamentale della vita umana.
È essenziale tuttavia che la classe lavoratrice in particolare
prenda coscienza una volta per sempre che solo dalla propria autorganizzazione
e dalla propria autogerarchizzazione può scaturire un ordine
nuovo: solo la classe lavoratrice che vive in prima persona la sofferenza,
ma anche l’esaltazione promanante dal valore creativo del lavoro,
può avere la capacità di riscattare se stessa, e con se
stessa il destino dell’umanità.
Non è necessario quindi attendere che il legislatore depenni
la norma per avviare un processo di rinnovamento in questo senso, tanto
più che quella norma esiste quasi esclusivamente nell’ordinamento
giuridico italiano (proveniente, sembra, da una legge belga del 1900):
nella maggior parte degli altri ordinamenti giuridici dei paesi europei
ci si rimette, per la definizione di lavoro subordinato, alla dottrina
o alla giurisprudenza, e quindi l’identificazione di questo particolare
rapporto è assai più labile e flessibile di quanto non
avvenga in Italia, ove la rigida codificazione ha creato, tra l’altro,
non pochi problemi all’interprete, visto che la dottrina auspica
da tempo18 l’emancipazione del lavoro da subordinato in autonomo,
e registra comunque la tendenza alla progressiva espansione del lavoro
autonomo19 rispetto a quello subordinato.
Posta quindi l’iniquità del principio di subordinazione20
(che, come si è detto, sta all’ origine della maggior parte
dei mali della modernità e di quell’assetto economico che
si definisce come assetto capitalistico) la nuova regola dovrebbe essere
quella secondo cui il lavoro svolto a favore di terzi, sia singolarmente
sia in forma associata, avvenga sempre e soltanto in modo autonomo,
con la cessione del solo risultato, opera o servizio che sia, secondo
il disposto in un caso dell’articolo 2222 c.c. e nell’altro
dell’articolo 1655 c.c., cioè secondo le nozioni rispettivamente
previste dal codice civile vigente del contratto d’opera o dell’appalto,
che si caratterizzano proprio in ambedue i casi per il compimento di
un’opera o di un servizio verso un corrispettivo.
Solo in questo modo si potrà porre fine al prepotere esercitato
dal capitale sulla classe lavoratrice, la quale cesserà così
di costituire il famoso “esercito di riserva”. L’organizzazione
del lavoro consentirà, come si vedrà, di assorbire l’intera
forza lavoro disponibile, ottenendo una soluzione concreta anche per
l’esigenza di dimensionare il tempo del lavoro; potrà assicurare
inoltre al mondo produttivo quei risultati precisi e di qualità
di cui ha bisogno per far fronte alla pressante concorrenza, e soprattutto
potrà fornire un quadro di certezze contrattuali, in una situazione
di pace sociale quale mai si è verificata dall’inizio dell’era
dell’industrializzazione.
Del resto è già in atto ovunque un processo storico orientato
in questa direzione, il cui svolgimento appare inarrestabile21.
In questi ultimi anni, infatti, gli aspetti strutturali dell’assetto
industriale sono stati profondamente alterati dall’avvento delle
nuove tecnologie e si sono quindi prodotte delle trasformazioni irreversibili,
che hanno avuto come conseguenza una drastica riduzione dell’impiego
della mano d’opera.
La disoccupazione, che diventa ogni giorno più allarmante, costituisce
un “flagello” che, a detta della stessa OCSE22, nessuno
oggi e in grado di arginare, tanto da doversi chiedere se in realtà
non siamo di fronte a una svolta epocale nell’assetto del mondo
industrializzato, con la conseguente necessità di ripensare ex
novo politica ed economia.
Si può essere certi infatti che, se l’assetto capitalistico
ha resistito fino ai giorni nostri, ciò è avvenuto perché
esso è stato in grado di soddisfare i bisogni fondamentali della
maggior parte della gente. Nel momento in cui questo compito non potesse
più essere assolto (in quanto le modifiche strutturali del sistema
fossero tali da escludere l’utilizzo nel suo contesto di una massa
di lavoratori superiore a un certo livello critico) e gran parte della
popolazione rimanesse priva degli elementari mezzi di sostentamento,
non vi è dubbio che il sistema verrebbe travolto per essere sostituito
con altro più idoneo a soddisfare i bisogni collettivi.
Si realizzerebbe così la famosa predizione di H. Marcuse secondo
cui il capitalismo è un mostro che finirà per divorare
se stesso
1 In un dibattito sulla crisi della sinistra pubblicato
nel n. 1-2/91 della rivista Democrazia e diritto, p. 411.
2 Testo già ricordato, Subordinazione e autonomia nel diritto
del lavoro, Giuffrè, Milano 1989, p. 263.
3 R. Dahrendorf, op. cit., p. 57.
4 Cfr. W. J. Thompson, Ecologia e Economia, Feltrinelli, Milano 1988.
5 H. Jonas, op. cit., p. 148.
6 Dalle parole chiave “libertà e lavoro” per le quali
libertà è liberazione dalla necessità del lavoro
(K. Marx, Il Capitale, Einaudi, Torino 1975).
7A. Gorz, op. cit., p. 244.
8 K.H. Horning, Zeitpionere Flexible Arbeitszeiten-neuer Lebenstil,
Suhrkamp, Frankfurt 1990.
9 F. Schumacher, op. cit., p. 23.
10 I. Illich, Lavoro Ombra, Mondadori, Milano 1985, p. 65.
11 M. Walzer, op. cit., p. 303.
12V Possenti, Le società liberali al bivio, Marietti, Genova
1991, p. 338.
13 In Il decalogo di Kieslowski di G. Lagorio, Piemme, Casale Monferrato
1992.
14A. Gorz, op. cit., p. 34.
15 P. Barcellona, “Per scoprire la questione comunista”,
Democrazia e diritto,n.l-2/91,p. 373.
16 Il che del resto l’aveva già scritto mezzo secolo fa
anche lo stesso Keynes osservando che c’è bisogno di una
spartizione fra tutti del lavoro, cosicché sia possibile una
drastica riduzione della giornata lavorativa di coloro che lavorano.
17 E del resto è anche accaduto durante il periodo giolittiano
che proprio la FIAT abbia valutato positivamente la possibilità
di una gestione diretta dell’azienda da parte delle maestranze
riunite in cooperativa, mentre non altrettanto avveniva da parte delle
forze politiche di sinistra.
18 L. Barassi, Il contratto di lavoro, Milano 1915, p. 701.
19 C. Carboni, “La ripresa del lavoro autonomo”, Politica
e economia, 83, p. 31;L.Rosti, “La dinamica recente del rapporto
tra lavoro autonomo e lavoro dipendente”, Ires Papers Coll. ricerche,
4/86.
20 Principio particolarmente esasperato, come ricorda L. Riva Sanseverino
in un Corso di diritto del lavoro, Cedam, Padova 1941, dalla dottrina
tedesca soprattutto sotto la legislazione nazionalsocialista, tanto
da far sostenere a un autore come il Gierke (Der Deutsche Genossenschaftsrecht,
Berlin 1968) che il rapporto di lavoro subordinato costituisce un rapporto
di organizzazione sociale, regolato non dal diritto delle obbligazioni
bensì dal diritto delle persone, il che è come dire che
il lavoro subordinato creerebbe uno status che caratterizzerebbe la
persona distinguendola dalle altre.
21 J. F. Ducker, noto esperto di management e futurologo, nel recente
testo La società postcapitalistica, Sperling & Kupfer, Milano
1993, p. 119, dichiara che nelle organizzazioni del futuro, basate sulla
conoscenza e sulla responsabilità individuale, non ci saranno
più dipendenti ma soltanto “soci”.
22 Corriere della Sera, 3 giugno 1993.
23 H. Marcuse, L’uomo a una dimensione, Einaudi, Torino 1967.
Conclusione
Abbiamo preso le mosse per presentare questo saggio da un famoso enunciato
di Karl Marx inerente al rapporto “libertà e lavoro”,
per il quale il regno della libertà avrebbe inizio soltanto con
la fine del lavoro determinato dalla necessità, giacché
solo in questo regno, secondo un altro famoso enunciato, si potrebbe
realizzare “lo sviluppo della potenzialità della natura
umana”.
Per la verità, come osserva Hans Jonas1, l’affermazione
marxiana non è così definitiva da far ritenere che l’alternativa
sia solo l’otium utopico, quello che verrà indicato poi
da Ernst Bloch2, come la condizione per arrivare all’età
dell’oro, attraverso la ricostruzione della natura e l’autorealizzazione
di ciascun uomo, bensì è alquanto possibilista, nel senso
che prospetta più che la cessazione, la trasformazione del lavoro
finalizzato, per poter poi arrivare ad affermare la regola “da
ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”.
Quindi Marx, pur formulando nel complesso una tesi per certi versi utopistica,
si presenta poi in realtà, sotto diversi aspetti, quale un osservatore
attento, le cui analisi, come riconosce Popper3, sono spesso assai prossime
al vero, e da tenere in grande considerazione, ancor oggi, nell’affrontare
i problemi sociali.
Perciò l’affermazione sopra ricordata va rapportata alla
conclusione pratica che egli stesso enuncia nel medesimo passo4, e cioè
che “condizione fondamentale di tutto ciò è la riduzione
della giornata lavorativa”. Su questo punto quindi si deve riconoscere
che vi è un unico itinerario intellettuale che va da Marx ai
giorni nostri, fino agli scritti di André Gorz, secondo il quale,
se si vuole in qualche modo affrontare e tentare di risolvere il problema
del rapporto tra lavoro e libertà, si deve per forza prendere
l’avvio dall’idea di ridurre la quantità di lavoro
svolto da ciascuno a fini di carattere economico-produttivo.
Più specificatamente sul problema collaterale della disoccupazione,
benché Marx non si ponesse ai suoi tempi la questione, non esistendo
neppure l’idea di una politica interventista, giustamente Popper5
osserva che è del tutto dogmatico pensare che non sia possibile
pervenire alla eliminazione di questo disastroso fatto sociale.
V’è inoltre un secondo punto importante, valorizzato ancora
da Popper6, il quale non esita a “riconoscere che Marx vide molte
cose nella giusta luce”, ed è l’analisi condotta
da Marx sulle sorti del “capitalismo sfrenato” in quanto
non solo esso non sarebbe durato in e-terno, ma “sarebbe stata
in larga misura la lotta di classe, cioè, l’associazione
dei lavoratori, a provocare la trasformazione di esso in un sistema
economico nuovo”. Benché il riferimento sia, secondo Popper,
al cosiddetto “interventismo” che potrebbe, a suo dire,
manifestarsi tanto sotto forma di collettivismo, quanto di democrazia
sociale o altro, ciò non toglie che l’analisi possa avere
un carattere più esteso e comprendere anche altre inedite trasformazioni
sociali, sempre connesse con la capacità della classe lavoratrice
di costituirsi come soggetto collettivo, protagonista storico.
E anche se avesse fondamento l’idea che Marx sia stato in realtà
un brillante espositore di idee già diffuse ai suoi tempi per
merito d’altri (C. Saint-Simon in Francia, e Robert Owen in Inghilterra)7,
resta il fatto che egli ha saputo mettere insieme una serie di considerazioni
e di critiche, traducendole nella proposizione di una teoria tanto forte
e valida da costituire una barriera che ha resistito per oltre un secolo
agli assalti del “capitalismo sfrenato” e ha rappresentato
l’unica vera trincea per la classe lavoratrice.
Questo ruolo del marxismo, tuttavia, è tale in virtù di
qualcosa di più delle semplici analisi e delle pur importanti
verità poste in luce, ma, come altri hanno acutamente osservato8,
per aver posto in termini laici, ma con ispirazione fortemente profetica,
la stessa questione posta, in termini religiosi, dal cristianesimo,
quella della liberazione dell’uomo. In sostanza il proletariato
ha acquisito per merito di Marx i caratteri della messianicità
e si è presentato, con il suo terribile carico di sofferenza,
come il successore laico del Cristo e l’artefice della nuova fase
liberatoria.
Questo è il senso profondo del marxismo, che, anche se fu fuorviato
dagli eventi storici (tanto da far dire al suo artefice, alla fine dei
suoi giorni, di non essere marxista), resta sempre il pilastro attorno
al quale ci si deve raccogliere per portare avanti la lotta in difesa
dell’uomo, soprattutto dell’homo faber.
Ma anche le parole della Chiesa cattolica, che abbiamo evidenziato insieme
a quelle di Marx, all’inizio del libro, sono in questo senso parole
di grande speranza per milioni di uomini, dato che, come nella Centesimus
annus, affrontano in modo nuovo il tema del lavoro, e ne rivendicano
la liberazione da qualsiasi asservimento. Il messaggio centrale dell’enciclica
consiste infatti nell’indicare la necessità di un grande
movimento associato dei lavoratori, per lottare contro il sistema economico
inteso quale metodo rivolto ad assicurare l’assoluta prevalenza
del capitale rispetto alla libera soggettività del lavoro dell’uomo9.
Così è un dato di fatto che sia il popolo cristiano come
l’esercito dei lavoratori, ciascuno per il suo verso, siano sostanzialmente
in marcia verso un unico grande obiettivo etico, quello di assicurare
all’ uomo la libertà di essere se stesso, l’uomo
autentico, il custode della terra, di modo che si realizzino le condizioni
per la sua sicurezza e per quella della terra.
A tale proposito Hans Jonas nella prefazione del suo noto testo, così
esordisce: “Il Prometeo irresistibilmente scatenato, al quale
la scienza conferisce forze senza precedenti e l’economia imprime
un impulso incessante, esige un’etica che mediante autorestrizioni
impedisca alla sua potenza di diventare una sventura per l’uomo”.
Questo obiettivo dunque travalica addirittura lo stesso imperativo categorico
kantiano, in quanto va al di là di un impegno sul piano individuale:
spetta alla collettività, alla società civile e anche
alla struttura politica assolvere al compito primario di garantire le
condizioni affinché l’uomo possa essere ciò che
era l’essere — quod quid erat esse— proprio in conformità
del principio dell’Etica Nicomachea.
Allora, non solo ha ragione Amartya Sen allorché osserva che
“l’importanza dell’approccio etico si è andata
indebolendo in modo al-quanto sostanziale via via che l’economia
moderna si evolveva”, ma è nel giusto anche Julien Benda
allorché rivendica l’esigenza di una concezione morale
per una vera democrazia, essendo questa per sua natura un ideale etico10.
Il rilancio che ora si sta verificando di un nuovo capitalismo improntato
al rispetto dell’ambiente, al valore sociale, alla salvaguardia
del consumatore11, pur apprezzabile e significativo, non può
certo essere considerato sufficiente alla realizzazione delle condizioni
etiche di cui la società umana oggi abbisogna, poiché
occorre, come afferma Peter Glotz, elaborare un intero progetto politico
carico di un forte contenuto etico12, e occorre recuperare la radice
morale del diritto, come a sua volta, riflettendo sulle forme del negativismo
giuridico, arriva a dire Italo Mancini13.
In questo contesto si colloca l’esigenza di far nascere un nuovo
status dell’uomo di fronte al problema “lavoro”, uno
status cioè che garantisca la possibilità per ciascuno
di espletare liberamente la propria attività lavorativa in forma
singola o associata, rapportandola all’intero processo economico-produttivo,
tale da poter esprimere con essa la propria capacità creativa
e ricavare da essa i mezzi necessari alla propria sopravvivenza.
Si tratta in sostanza, come giustamente osserva ancora Hans Jonas14,
di andare al di là della posizione utopica espressa da Marx,
a proposito del rapporto libertà-lavoro, e cioè rendersi
conto che “la libertà consiste e vive nel misurarsi con
la necessità”, giacché “la separazione dal
regno della necessità sottrae alla libertà il suo oggetto”
stesso e “non esiste alcun regno della libertà al di fuori
di quello della necessità”. Occorre dunque uscire dall’utopia
e, dopo secoli di euforia prometeica e tecnologica, far sì che
il rapporto dell’uomo con la natura, e quindi il lavoro, possa
essere improntato all’etica della responsabilità: quella
che Hans Jonas indica come la meta essenziale del genere umano15.
Il lavoro quindi, quello a cui l’uomo è pur sempre costretto
dalla necessità di procurarsi i mezzi per vivere, dovrà
quanto meno essere frutto del suo agire responsabile, sia verso se stesso
sia verso l’intero contesto naturale e sociale, e quindi essere
espressione della sua vera, autentica professionalità.
Per ottenere un simile risultato è evidente che occorre sciogliere
le catene della subordinazione e orientarsi quindi verso una regolamentazione
del lavoro basata sull’espletamento di opere e servizi in forma
autonoma, singola o associata, sulla falsariga di quanto qui succintamente
prospettato, tenendo conto in particolar modo dell’importanza
da attribuire alle esperienze storiche già compiute dal movimento
cooperativo, rispetto a un’adeguata tutela della dignità
e della libertà dell’uomo.
Ciò potrebbe rappresentare un fatto tanto radicale, per lo stesso
processo economico, quanto può esserlo stato a suo tempo (nel
1834 in Inghilterra) la creazione di un mercato concorrenziale del lavoro,
rispetto alla situazione precedente di non mercato, come giustamente
osserva Karl Polanyi16.
Perciò bisogna dire, con André Gorz, che, se non è
possibile liberarsi del fardello del lavoro, quanto meno la liberazione
sul lavoro può essere un preambolo per la libertà dal
lavoro.
D’ altra parte se è vero, come viene segnalato ormai da
più parti, che alla disoccupazione vera e propria si sovrapponga
anche la cosiddetta sottoccupazione, causata dall’ incremento
dei lavori provvisori o a tempo parziale, cosicché una fascia
di oltre il 30% della popolazione attiva viene colpita anche da questo
ulteriore flagello, non sembra che vi siano molte alternative rispetto
alla necessità di procedere in fretta verso l’attuazione
di quei rimedi che offrono qualche speranza di salvezza17.
Co me molti ormai indicano con insistenza, non solo è necessario
che il lavoro diventi un’attività autonoma, ma occorre
in particolare che l’entità della partecipazione di ciascuno
al processo produttivo si riduca, anche perché lo stesso processo
produttivo nel suo complesso deve poter sostentare tutti coloro che
vi partecipano e quindi deve essere regolamentato in modo che ciò
si possa effettivamente verificare.
Questo è il senso profondo della nuova etica individuale e collettiva
che si impone per la sopravvivenza del genere umano. E in questa etica
deve affermarsi anche il principio che il lavoro, svolto per motivi
familiari o sociali, il lavoro generalmente definito come volontario,
non prestato all’interno del processo produttivo, non può
che essere gratuito, appunto perché costituente una mera attività
lavorativa, in se e per sé (non il prodotto di un’opera
o servizio)18.
Esso è realmente un lavoro al di là della necessità
esterna e di fatto appartenente a quel regno della libertà indicato
da Marx, nel quale si può realizzare per intero la personalità
umana19. Prive di senso quindi sono tutte quelle politiche che vorrebbero
vedere attribuito un riconoscimento economico ad attività esterne
al processo economico.
A conclusione di questo saggio, inteso a portare un contributo all’evoluzione
dell’idea di lavoro, che appare sempre di più una condizione
indispensabile al conseguimento degli scopi più veri dell’esistenza
umana, ci sembra giusto formulare l’auspicio che la compravendita
della forza lavoro possa restare solo come ricordo della barbarie del
passato e che l’idea futura del lavoro possa rappresentare la
più esaltante avventura dell’uomo, nel mondo della libertà
possibile, quella che consente cioè di confrontarsi in ogni momento
con l’incombente necessità del quotidiano, esprimendo tutta
la propria creatività attraverso il perenne ricorso a principi
di solidarietà e speranza, anche nel dialogo con gli altri.
Possa il lavoro diventare veramente “un lavoro per l’uomo”
di cui riceva beneficio l’umanità intera, e con essa l’intera
natura, apponendo con ciò la parola fine all’uso dell’uomo
“come vile strumento di guadagno”.
1 H. Jonas, op. cit., p. 248
2 E. Bloch, Il principio speranza, il Mulino, Bologna, Garzanti, Milano
1994.
3 K. Popper, op. cit., p. 217.
4 K. Marx, Il Capitale, libro III in, Editori Riuniti, Roma 1968.
5 K. Popper, op. cit., p. 236. 6 lbid., p. 249.
7 Così sostiene il filosofo Isaiah Berlin in occasione di un’intervista
pubblicata da L’Espresso il 16 maggio 1993.
8 I. Mancini, Cristianesimo e culture, Capone, Lecce 1984.
9Anche G. De Rita riconosce all’enciclica uno straordinario potere
di comunicazione e una grande originalità per il suo inserimento
nella cultura occidentale con una forte spinta a difendere la qualità
dell’uomo anche nell’attuale modello di sviluppo (Corriere
della Sera, 3 maggio 1991).
10 J. Benda, op. cit.
11 Così si esprime anche il presidente dell’Assolombarda
E. Presutti in Corriere della Sera, 19 maggio 1993.
12 P. Glotz, Manifesto per una nuova sinistra europea, Feltrinelli,
Milano 1986.
13 I. Mancini, L’Ethos dell’Occidente, Marietti, Genova
1991.
14 H. Jonas, op. cit., p. 265.
15 Ibid., p. 282
16 K. Polanyi, op. cit., p. 130.
Qualche tempo fa si è svolto a Roma un convegno
dedicato al tema “Il lavoro in bilico” nel corso del quale
lo stesso segretario della CGIL Bruno Trentin ha espresso la propria
preoccupazione per la progressiva crescita di un nuovo assetto del lavoro
fondato sull’occupazione precaria, la cui dimensione va già
oltre il trenta per cento dell’occupazione complessiva (Corriere
della Sera, 21 maggio 1993).
18 Secondo il premio Nobel G.S. Becker, appartenente alla scuola di
Chicago, e che si è occupato in particolare dell’economia
familiare, anche la famiglia sarebbe uno strumento produttivo in quanto
le persone che la compongono avrebbero come intento quello di creare
un’utilità congiunta attraverso il conferimento di mezzi,
tempo e capacità, A Treatise on the Family, Harvard Univ. Press,
Cambridge, Mass., London 1981; per contro J.F. Ducker, nel testo già
citato (p. 235), non solo prevede la necessità di uno scambio
di esperienze tra scienziato e manager, ma la loro partecipazione gratuita
a un’attività lavorativa nel campo sociale.
A Gorz dichiara testualmente che “le attività autonome
della sfera extraeconomica sfuggono ad ogni possibilità di razionalizzazione
economica”: Id., Addio al proletariato, Ed. Lavoro, Roma 1982,
p. 94.
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