
Lorenzo Giacomini
insegna Estetica con Massimo Venturi Ferriolo ed Eugenio Pesci, presso la Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano. Il saggio qui pubblicato è tratto dal volume Estetica del paesaggio, a cura di M.Venturi Ferriolo - L.Giacomini - E.Pesci, Guerini e Associati, Milano 1999. LEstetica del paesaggio delineata da Venturi Ferriolo rappresenta lo sfondo culturale sul quale sono in corso di elaborazione e pubblicazione le ricerche di Lorenzo Giacomini ed Eugenio Pesci sulla montagna come oggetto filosofico creato, soprattutto negli ultimi tre secoli, da una peculiare interazione tra pensiero e cultura materiale. Lorenzo Giacomini si è laureato in Filosofia a Milano con uno studio sul mito nel pensiero tedesco contemporaneo, come campo primordiale ma sempre attuale della coscienza e della cultura. Ha pubblicato saggi e articoli in volumi collettivi e riviste, su temi diversi ma ispirati da questo basilare interesse per il pensiero mitico come forza propulsiva originaria: tra l'altro su modernità e mito in Simmel, su Benjamin e la fiaba romantica di Tieck, sul "complesso dell'origine" nei romanzi di Thomas Bernhard, sullantica medicina onirica del dio Asclepio, sui rapporti tra l'antica gnosi e la moderna New Age, sulle notevoli coincidenze tra l'immagine della natura proposta da nuove correnti del sapere scientifico e quella offerta dalla millenaria e molteplice tradizione della mantica. Su quest'ultima ricerca epistemologica ed ermeneutica concernente i rapporti tra scienza, filosofia e divinazione, sostenuta dall'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici e già presentata su riviste, ha in preparazione uno studio monografico. E' stato tra i fondatori della rivista "Informazione Filosofica", promossa dall'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici e dall'Istituto Lombardo per gli Studi Filosofici e Giuridici. Ha operato in campo giornalistico-editoriale come recensore, redattore e traduttore di testi filosofici dal tedesco. Ha ideato e realizzato il sito Internet http://www.studifilosofici.it
Hillary Step, Monte Everest
Visto da un alto osservatorio planetario, sublime e «non-organico» per così dire, il vivente potrebbe anche sembrare qualche «strana roccia»[1] sulla superficie terrestre. Strana come la roccia alla quale Prometeo - sostiene Franz Kafka - titano benefattore dellumanità e traditore degli dèi, dilaniato dalle aquile si sarebbe «addossato sempre più», «fino a diventare con essa una cosa sola»[2]. «Inchiodato al Caucaso» perché il suo tradimento fosse ricordato e punito in eterno, Prometeo - così asserisce la terza della quattro «leggende»[3] tramandate da Kafka - fu in realtà dimenticato: dagli dèi, dalle aquile, da sé stesso. Nel corso di millenni «ci si stancò di lui che non aveva più motivo di essere». Rimase solo «linspiegabile montagna rocciosa», nella quale «deve terminare» una leggenda come questa, che «tenta di spiegare linspiegabile». Doppiamente paradossale, questo Prometeo di Kafka: al primo paradosso, implicito, secondo Hans Blumenberg, nella figura stessa del titano, «mito della fine di tutti i miti»[4], si sovrappone poi un secondo paradosso, specificamente kafkiano. Soggetto per eccellenza, inchiodato per così dire in eterno alla propria coscienza, acuita da un dolore inestinguibile, il Prometeo kafkiano svanisce alla fine in quella «scena statuaria» sul Caucaso dove si è consumata e rovesciata interamente la sua storia, «come se questa non fosse mai esistita». Kafka fa letteralmente «sparire» lazione nella natura, «nella sua forma immobile, indistruttibile e non storica per antonomasia, la montagna rocciosa»[5]. «Solo linorganico dura oltre la storia. In cambio esso è linspiegabile, per il quale ad ogni modo non cè più nessuno per esigere la spiegazione»[6].
Lakpa Sherpa sulla vetta dell'Everest
A pochi passi dal tetto del mondo, in cima allo Hillary Step - la cresta sommitale del monte Everest - lo scalatore nepalese Lakpa Sherpa (cfr. la foto qui a lato), nell' immagine offerta gratuitamente come screensaver da un grande sito alpinistico statunitense[7], potrebbe essere visto come «strana roccia»: ripreso da molto lontano, nellimmenso scenario non è in effetti altro che un trattino nero sulla coltre di neve che ricopre la vetta, e la cosa che impressiona o affascina, più ancora del contrasto delle dimensioni, è in realtà la sensazione che lassù qualcosa possa muoversi.
Immortalato, come si
suol dire, sul «punto finale» ovvero sul «punto radioso»[8]
- come si esprime Reinhold Messner - non sembra inconcepibile che possa avere
in mente di fermarsi «a sedere lassù in una sorta di oblio», «forse per sempre»[9].
Sulla vetta del Nanga Parbat il 9 agosto 1978 scrissi: «Ho spesso pensato come sarebbe se io rimanessi semplicemente a sedere su un ottomila. Rimanere su non è forse il segreto senso dellalpinismo? Non far più ritorno al mondo che si è appena lasciato faticosamente dietro di sé?».
Ancora oggi non so quali siano le profonde motivazioni per la salita sulla cima di un ottomila. Però, una volta lassù, devo fare uno sforzo per ridiscendere[10].
La montagna di Messner, che alla base si estende tra
due formule, limite della vita
e zona della morte[11],
si eleva quindi restringendosi fino a due semplici parole, rimanere su, per poi lasciar svettare infine la sua cima nel
nirvana - emblema in cui si perdono le
distinzioni tra soggetto e oggetto, essere e nulla, oriente e occidente.
Con la discesa non di rado comincia ad aprirsi un vuoto dentro di me una perduta utopia che non può essere colmato nemmeno dalla consapevolezza del successo. Sulla vetta stessa spesso ho esperito un altro vuoto, un vuoto liberatorio che prendeva tutto il mio essere. Nel mio libro Due e un ottomila ho descritto così questo stato:
«Eravamo seduti sulla vetta, al centro di un infinito spazio vuoto. Giù in fondo le valli erano velate da un vapore lattiginoso. Lorizzonte intorno cresceva come il senso di vuoto dentro di me e i miei respiri profondi si condensavano in immagini spontanee entro una pura sfera di visioni. Preso da unindescrivibile sensazione di serena indifferenza mi risvegliai da quello stato di armonia, da quella specie di nirvana».
Fui colto dallo stesso stato danimo nel giardino di sassi di Kyoto, unopera darte giapponese che consta di una superficie grande come un campo da tennis coperta di sabbia a solchi e alcune grosse pietre ed è concepito come luogo di meditazione. Forse sulle alte vette ero troppo esausto per rendermi conto di questa pace interiore, di questessere immerso nelluniverso[12].
La trama di questo
«complesso del Nirvana»[13]
regge tutta la struttura della filosofia alpinistica di Messner: la corsa verso
gli ottomila, in cui viene violata ininterrottamente la cosiddetta zona della morte (il territorio al di
sopra dei 7500 metri di quota), è interpretata come mezzo per uno sconfinamento
in aree di esperienza che sono normalmente inaccessibili allumano. Sentiero
«tra la tomba e la vetta»[14],
lalpinismo osa varcare il limite della
vita per veder brillare quelli che
Eugen Guido Lammer definiva «bagliori
magici dellal di là»[15]:
e in ciò lutopico, ecologico, ludico Messner segue pur sempre le orme del suo
luciferino, superomistico predecessore ottocentesco, sostenitore delleroico
«duello col monte», pronto a gettare la sua vita come «un bastone da montagna
rotto»[16].
Così va alla ricerca di esperienze estreme come quelle, sorprendentemente
concordi, dei sopravvissuti alle cadute (sviluppando i risultati già prodotti
da Albert Heim verso la fine del secolo scorso) che hanno sperimentato la morte
per così dire da vivi, e la
«piacevole» cancellazione dellIo che essa produce prima ancora della vera e
propria fine[17]; parla
tranquillamente degli invisibili «compagni fantasma» che hanno favorito la sua
ascensione solitaria al Nanga Parbat nel 1978, «da metà parete in poi»[18];
mostra di credere non solo ad uno scambio di pensiero telepatico alle altissime
quote, ma addirittura alle testimonianze medianiche, «sogni di verità», nella
ricostruzione dettagliata di vicende memorabili dellalpinismo[19];
riferisce con tono a metà tra lo scientifico e lironico lesempio del suo
stesso sdoppiamento in una situazione tipica di rischio estremo:
Dopo due giorni e una notte in una tendina frustata dalla tempesta a ottomila metri di altezza al Colle Sud, il terrore di rimanere di notte senza tetto si dileguò. Una tenda si era già distrutta durante la prima notte di bufera. Alle domande preoccupate del capo spedizione Wolfgang Nairz dal campo base, risposi via radio tranquillizzandolo: «Ora è tutto a posto. Cè uno fuori che rinforza la tenda». E poco più tardi: «Quello fuori sono io stesso». In quel momento ero nel sacco piuma e parlavo per radio, i due sherpa giacevano impauriti accanto a me. Luragano infuriava sul nostro campo con una velocità di quasi 200 chilometri allora. Più di 40 gradi sotto zero. Eravamo senza apparecchiatura per lossigeno e non dormivamo da ormai quasi quaranta ore. Se la tenda si fosse strappata per noi sarebbe stata la morte[20].
Se per il temerario
Lammer il pericolo di morte
doveva essere «cercato apposta» in quanto «dono degli dèi»[21],
lo stesso Messner trova che limportante, nel gesto di oltrepassamento del
confine con la zona della morte, non sia lattingere una sorta di divinità
delle altitudini, bensì la «conoscenza della vita conseguita per mezzo della
fine, per mezzo della propria morte»[22].
Benché tacciato di «cattivo gusto alpino»[23],
trattato da «testa di turco» e fatto oggetto di una puntigliosa avversione
ideologica e persino politica[24],
Lammer dimostra anche per mezzo della stessa polemica di Messner la continuità
di una moderna tradizione e della sua «fenomenologia». E nel descrivere la
conclusione della celebre caduta al canalone Penhall sul Cervino, che gli toccò
nel 1887 insieme ad August Lorria, Lammer ricorre proprio alla parola-chiave
preferita dal suo interprete e censore:
Anni trascorsero nella caduta e secoli.
Ed ecco il rombo della valanga, simile ad una cascata, si attenuò e il sibilo si esaurì. Aprii gli occhi: uno stupore senza limiti mi sommerse, nessuna gioia, nessuna gratitudine, nessun pentimento. Ora però la bella passività e il dolce Nirvana erano alla fine. La vita mi prese ancora sotto al suo gioco: pensieri, progetti, opere, la triade famigerata[25].
3. Le delizie del precipizio
«Che cosa è poi questo alpinismo? Che differenza cè
se mi trovo a unaltezza di trecento metri oppure di tremila metri? La
differenza sta nel fatto che è più pericolosa la seconda impresa della prima,
la prima non è davvero una prova di grande abilità mentre laltra a quanto
pare è una prova di grande abilità»[26].
Schiette parole di Thomas Bernhard nel
suo primo romanzo, Gelo, pervaso da
paesaggi e climi di montagna, pensieri e sensazioni di montagna. E non si
tratta di senso comune, né di boutade letteraria:
se leggiamo le prime righe di unottima e aggiornata Storia dellAlpinismo, cimbattiamo subito nella medesima
definizione, che ora perde tutta la sua ironica ovvietà:
Dove finisce il turismo in montagna? Dove comincia lalpinismo?
Possiamo dire che lalpinismo ha inizio nel momento in cui lascensione di una montagna, di una falesia o di una cima secondaria, in poche parole di un qualsiasi rilievo della crosta terrestre, diventa pericolosa per la sua stessa struttura o per fattori climatici.
Sono unicamente il pericolo e la tecnica creata dalluomo per affrontarlo che costituiscono ciò che chiamiamo comunemente alpinismo [...].
Al contrario del turista che desidera soprattutto distensione e bellezza, lalpinista si compiace nel confrontarsi con la difficoltà, nellaffrontare il pericolo, nella lotta appassionata contro gli elementi e la natura. I turisti sono moltissimi! Al contrario, solo una minoranza può definirsi alpinista; perché chi espone consapevolmente la propria vita al pericolo, ricercandolo, ma con lidea ben radicata di dominarlo con la propria intelligenza e forza morale, usando i riflessi e la forza fisica, appartiene obbligatoriamente a una «élite»[27].
Non è un problema classificatorio, non si tratta
tanto di individuare una peculiarità alpinistica nel vasto campo delle attività
sportive, quanto di prendere atto realisticamente di un inoppugnabile dato di
fatto, che andrebbe senzaltro precisato e approfondito ma che rappresenta in
ogni caso un punto di partenza imprescindibile. Dato di fatto è, per esempio,
che tra i «50 grandi nomi dellalpinismo» passati in rassegna in un capitolo
della Storia suddetta, ben quindici sono scomparsi in azione[28].
Come statistica è assolutamente casuale, ma trattandosi di «grandi nomi» è
senza dubbio significativa. In gioco dunque
cè sempre il pericolo, «marchio
dorigine» dellalpinismo che le tendenze sportive più recenti - come appariva
dalle immagini del celebre Grido di
pietra di
Werner Herzog[29]
- non hanno potuto cancellare: dal tragico episodio della cordata Marinelli[30],
travolta da una valanga lungo lomonima via sul Monte Rosa nellestate del
1881, che provocò persino interpellanze in Parlamento che chiedevano il divieto
della «pratica insensata»[31]
- come la definiva pochi anni fa un appassionato - alle più commerciali ma non
meno spaventose storie di incaute ascensioni himalayane narrate nel bestseller di
Krakauer,
Aria sottile[32];
fino allimpresa quasi soprannaturale progettata dal compianto Patrick de
Gayardon - per estendere il discorso a quegli sport «estremi» che
dellalpinismo sono degni discendenti - ovvero il lancio con tuta spaziale dai
confini (36.500 metri) dellatmosfera terrestre[33].
Ci troviamo sempre di fronte alla continua ricerca di una «marginalità» del
pericolo, alla ricerca di un rischio residuo che oltrepassi tutto ciò che è
stato già ridotto a tecnica. Questo margine è stato cercato prima in alto, e
più in alto ancora dalle Alpi allHimalaya, poi nella difficoltà pura fino
allaltro capo del pianeta (Patagonia)[34],
per finire nell«estremo» generalizzato, nelloltrepassamento di ogni limite
come principio.
Da due
secoli a questa parte, laudacia di una «élite» ha aperto progressivamente un
nuovo ambito dellesperienza umana, rendendolo man mano praticabile da masse
molto meno interessate ai suoi caratteri più «seri» e autentici che alle
«possibilità di gioco»[35]
e di profitto che ne deriveranno.
Pensate che razza di sviluppi, di ripercussioni ha avuto appunto questo sentimento, questo amore della montagna, di cui le Alpi sono indiscutibilmente la patria: nel giro di poco più di un secolo ha trasformato, si può dire, il volto delle valli, ha dato ossigeno a organizzazioni gigantesche, ha creato meravigliose strade, sentieri, impianti di ogni genere, ha fruttuosamente dilagato nella letteratura e nellarte [...] [36].
Così Dino Buzzati tratteggiava - nel proporre la sua
«piccola teoria»[37]
dellalpinismo che riteneva peraltro capace di «spiegare tante cose» - quella
«invenzione estetica delle Alpi»[38],
comè stata di recente esattamente definita, in seguito alla quale ha preso
avvio un fenomeno di vera e propria «colonizzazione»[39]:
alla metà del Settecento si diffonde «un sentimento che non concerne più
piccoli gruppi o poche personalità, ma le élite europee sempre più numerose e
di livello sociale sempre più modesto [...]; visitare le montagne diventa un
vero e proprio fenomeno sociale che crea una nuova economia e trasforma alcune
valli»[40].
Si tratta di un fenomeno storicamente nuovo, del «vero e proprio lancio di una
sensibilità»[41] che
nonostante un lungo elenco dillustri precursori risalente fino allascensione
di Petrarca al
Mont Ventoux del
26 aprile 1336[42],
potrebbe essere proficuamente analizzato come una caratteristica figura inaugurale del moderno[43],
se non altro per la suggestiva e significativa coincidenza tra la data (8
agosto 1786) dell«avvenimento fondatore»[44]
dellalpinismo, la conquista del Monte
Bianco, e il rivoluzionario 89.
Ma quale
sarebbe, in fin dei conti, la cosa
inventata in quella seconda, travagliata metà del diciottesimo secolo? In
un capitolo del suo grandioso libro sulla storia del paesaggio Simon Schama ha
nominato, o meglio, circoscritto i termini costitutivi di una denominazione per
qualcosa che in effetti - prima di quella decisiva epoca - non esisteva. Imperi verticali, abissi della mente[45],
questi i confini di una cosa che non
si lascia facilmente «confinare» né come sentimento estetico, né come gusto
artistico, né come nuova rete di concetti filosofici e interessi scientifici.
Si tratta in fin dei conti di una dimensione
psichica che ha bisogno di tradursi in varie forme di esperienza (lalpinismo sarebbe quella più diretta e radicale),
dimensione che trova la sua formula nell«ossimoro del piacere dellorrido»[46]
nel quale confluiscono teorie, scoperte, opere darte, poesie, viaggi, storie
sociali e storie personali. Dopo aver già raggiunto un alto grado di sistematizzazione
nellInchiesta (1757) di Edmund Burke[47],
il «delizioso orrore» del
sublime
verrà
elevato dalla terza Critica kantiana
(1790) al rango di emozione degna di rappresentare lindipendenza, la
superiorità e la destinazione ultima della ragione umana:
Le rocce che sporgono audaci in alto e quasi minacciose, le nuvole di temporale che si ammassano in cielo tra lampi e tuoni, i vulcani che scatenano tutta la loro potenza distruttrice, e gli uragani che si lascian dietro la devastazione, limmenso oceano sconvolto dalla tempesta, la cataratta dun gran fiume, etc., riducono ad una piccolezza insignificante il nostro potere di resistenza, paragonato con la loro potenza. Ma il loro aspetto diventa tanto più attraente per quanto più è spaventevole, se ci troviamo al sicuro; e queste cose le chiamiamo volentieri sublimi, perché esse elevano le forze dellanima al disopra della mediocrità ordinaria, e ci fanno scoprire in noi stessi una facoltà di resistere interamente diversa, la quale ci dà il coraggio di misurarci con lapparente onnipotenza della natura[48].
E che le
«rocce minacciose» di cui parla
Kant non
fossero lontane dallo spirito dellepoca e dalle contemporanee vicende del protoalpinismo, è rivelato poco dopo dalla celebre menzione di «quel buono e
peraltro intelligente contadino savoiardo (di cui parla il signor di Saussure)» che definiva
«pazzi senzaltro
tutti gli amatori delle alte montagne»[49].
Questa duplicità paradossale che emerge dalle pagine kantiane - per cui una «facoltà» che esalta le virtù della ragione trova limpida espressione in circostanze che al senso comune apparirebbero al contrario intollerabili e pazzesche - non è un tratto casuale, ma una connotazione tipica di quegli «imperi verticali, abissi della mente» dove il secolo si stava avventurando. La strada verso lalto, indicata da Kant, ci porta alla scoperta di «una facoltà di giudicarci indipendenti dalla natura» e di una «superiorità che abbiamo su di essa, da cui deriva una facoltà di conservarci ben diversa da quella che può essere attaccata e messa in pericolo dalla natura esterna; perché in virtù di essa lumanità della nostra persona resta intatta, quandanche dovessimo soggiacere allimpero della natura»[50]. Inteso in questo senso, il sentimento del sublime viene prodotto da «un momentaneo impedimento, seguito da una più forte effusione, delle forze vitali» dove lanimo, «alternativamente attratto e respinto» dalloggetto, si rinsalda superando la vertigine[51]. Seguace di questa tendenza sarà, per esempio, Georg Simmel che nel saggio Le Alpi (1911) parlerà del «paradosso dellalta montagna», sul quale «si fonda la sensazione di salvezza che il paesaggio nevoso ci trasmette in alcuni momenti solenni».
Limpressione che ci fa lalta montagna è per noi simbolo e presentimento del fatto che la vita si redime, potenziandosi al massimo in ciò che non entra più nella sua forma, e che piuttosto la sovrasta e le sta di fronte[52].
Questa tendenza «positiva» corrisponde senza dubbio
a componenti che hanno avuto molto peso nellevoluzione del pensiero e della
pratica alpinistica: da quella spinta «enciclopedica»[53]
tipica di una «eccellente»[54]
figura del razionalismo settecentesco come De Saussure (vero artefice della
storica conquista del Monte Bianco), e dalla quale si è evoluta la «classicità
moderna dellalpinismo»[55],
come la definiva Massimo Mila; a quellimpulso «libertario» e puramente
atletico dal quale trae alimento lattuale «arrampicata
sportiva», che vorrebbe
in fondo «cancellare alla fonte il rischio mortale dellalpinismo», divenuto
«elemento di disturbo» della prestazione atletica[56].
Ma
laltra strada
che emergeva dalle pagine
kantiane - quella adombrata dall«intelligente contadino savoiardo» e che
conduce giù, dentro gli abissi della
mente di quei pazzi «amatori delle alte montagne» - ha avuto nel complesso
una maggiore risonanza in una lunga tradizione fatta non solo di romanticismo,
letteratura e rappresentazione artistica, ma in fin dei conti anche di imprese
sempre più incredibili che sembrano convalidare la diagnosi dell«uomo rozzo»[57].
Un suggestivo esempio di questo nesso immediato tra paesaggio e psiche,
separati - nel folgorante titolo di Schama - da una semplice virgola, viene
offerto dalla «pura follia pittorica» dellacquerellista inglese John Robert
Cozens (1752-1797) che, nelle sue ipnotiche vedute di Alpi italiane, tentò di
esprimere secondo Schama un sentimento di «estatica meraviglia, non dissimile
dalla pazzia»[58].
Alla sua visione delle montagne, sconvolgente come nessunaltra, John Robert Cozens era giunto con unardua ascesa attraverso la seconda metà del XVIII secolo. I pionieri del sublime alpino, Gray e Walpole, si erano baloccati con rischi calcolati, spingendo quelli che erano venuti dopo di loro ad avvicinarsi allorlo del precipizio. Finché era stato diligente allievo di suo padre, John Robert non si era accostato a quel precipizio altro che per transitare sui passi [...]. Ma tutto questo era avvenuto da lontano. Quando si trova davvero ad affrontare le vette, la visione imperiale che avrebbe dovuto offrirsi a ogni fiduciosa mente illuminata del XVIII secolo gli sfugge di mano. La sua testa comincia a girare. Il pennello si libra vaporoso sulla pagina. La sua arte vola alto. E quando ha compiuto i suoi capolavori, John Robert Cozens impazzisce[59].
Questo splendido schizzo, dove Schama tratteggia in
poche righe lintreccio fatale di una vita e dove tutto si gioca sul crinale
sottilmente metaforico tra precipizio naturale e precipizio mentale, evoca
unintera galleria di spunti letterari. Basta sfogliare, per esempio, le stesse
pagine del libro di Schama per incontrare «limmagine-simbolo», quasi
larchetipo visivo di unintera sensibilità epocale, la Morte di Empedocle nella voragine del secentesco pittore napoletano
Salvator Rosa, dove labisso naturale e quello psichico raggiungono lidentità
nella figura leggendaria del filosofo, colto nell«attimo di sospensione» prima
della caduta nel cratere dellEtna[60].
Folle visione di oltrepassamento reale
di quell«orlo del precipizio» intorno al quale si svolgeva il gioco estetico
del piacere dellorrido, il suicidio di Empedocle rappresentò per Hölderlin
«lincarnazione ante litteram delle
verità più profonde dellidealismo romantico»[61]:
un razionale «sacrificio metafisico»[62],
per così dire, nel quale
Hölderlin
- tanto nella tragedia La
morte di Empedocle
quanto nel commento a se stesso intitolato Ragione dell«Empedocle»[63]
- vide «drammatizzata» la conciliazione estrema mediante lestremo conflitto di
soggetto e oggetto, arte e natura, individuale e universale, organico e inorganico («aorgico»), categorie supreme dell«essere in assoluto»[64].
Da
suggestioni e immagini del tutto analoghe sono pervase anche le pagine degli
altri due grandi Romantici Novalis (1772-1801) e
Ludwig Tieck (1773-1853). Il
primo, in quel poema naturale nonché trattato di fisica poetica che è il
romanzo allegorico incompiuto I discepoli
di Sais, vede i pericoli della moderna indagine sulla natura che rincorre
le «infinite scissioni» dei fenomeni fino «alla pazzia vera e propria, alla
vertigine sul ciglio spaventoso dellabisso», come lEmpedocle di
Hölderlin:
E la Natura arrivati a questo punto diventa un terribile mulino della morte; ovunque straordinari avvenimenti, un infinito susseguirsi di vortici, un regno dellintemperanza, della violenza più dissennata, una smisurata estensione di miserie e di sciagure; i pochi punti luminosi rivelano ancor più chiaramente lorrore della notte, terrori di ogni specie angosciano colui che assiste a questo spettacolo, sino a fargli perdere i sensi. La morte sta a lato dellumanità disperata come un rifugio, poiché senza morte il più pazzo sarebbe il più felice. Nel desiderio stesso di scandagliare questo gigantesco ingranaggio è presente lattrazione per labisso, linizio della vertigine; infatti a ogni impulso il vortice sembra gonfiarsi sino a impadronirsi interamente dellinfelice e a trascinarlo lungo unorribile notte. E in ciò il tranello più insidioso teso alla ragione umana che la Natura cerca di annientare come il suo peggiore nemico. [...] Il continuo contatto con le forze della Natura, con animali, piante, rocce, onde e tempeste dovrebbe necessariamente assimilare gli uomini a queste cose e una tale assimilazione, trasformazione, una tale dissoluzione del divino e dellumano in forze indomabili sarebbe lo spirito stesso della Natura, di questa spaventosa forza divoratrice: e tutto ciò che noi vediamo non sarebbe già un furto fatto al cielo, un terribile crollo di passati splendori, lo scarto di un banchetto odioso? [...]
Il naturalista dovrà essere un generoso cavaliere disposto a gettarsi nella voragine spalancata pur di salvare i propri compagni[65].
Molto ispirate da questa
sensibilità «abissale», le «metafore
montane»[66]
riempiono e sostengono limpianto narrativo di alcune celebri fiabe di Tieck - coetaneo
e amico di Novalis - come Eckart il fido
e il Tannenhäuser (1799) e
La
montagna runica (1802)[67].
Le ambientazioni «alpestri» dei racconti tieckiani sono tanto più notevoli se
si considera che fanno da cornice a queste fiabe «romantiche»[68]
che rappresentano una tipica invenzione
estetica moderna, una sorta di preludio del genere «fantastico»[69]
in significativa coincidenza, a fine
secolo, con l«invenzione estetica» del mondo alpino. Linquieta soggettività
che anima queste narrazioni viene trascinata verso lautodistruzione da una
prodigiosa e irresistibile vertigine, perdendo e facendo perdere al lettore la
capacità di distinzione tra sogno e realtà, interno ed esterno, psicologia e
magia, follia e incantesimo. E in questo viaggio dalla quotidianità «normale»
dellepoca dei lumi ad una primordiale e catastrofica atmosfera soprannaturale,
i protagonisti sono ininterrottamente accompagnati da paesaggi che rispecchiano
tutte le sfumature dei loro sentimenti.
«Come siete venuto a finire in questa montagna?» chiese quello. «Nativo di qui, non lo siete!»
«Ah» sospirò il giovane «su questo punto molto cè da dire, e tuttavia non val la pena parlarne; è stata quasi una potenza estranea al mio io che mi ha strappato ai miei genitori, alla cerchia dei miei parenti: il mio spirito non riusciva a dominar se stesso. [...] Abitavamo lontani di qui in una pianura; lo sguardo che spaziava tuttintorno non incontrava monti: soltanto, a mala pena, una collina: pochi erano gli alberi che adornavano la piana verdeggiante, ma prati e rigogliosi campi di grano e giardini si stendevano fin dove locchio poteva arrivare [...] Una volta sentii parlare mio padre di montagne, che quandera giovane aveva esplorato, di miniere nascoste nelle viscere della terra e di scavatori, di cacciatori e della loro occupazione, e, dun tratto, chiarissima in me si delineò la tendenza: sentii, dun tratto, daver trovato un mio determinato modo di vivere. Giorno e notte fantasticavo figurandomi altezze di montagne, e caverne e boschi dabeti; la mia immaginazione creava rocce gigantesche e mi pareva dudir lo strepito della caccia, il suono dei corni, il latrar dei cani, i gridi della selvaggina: tutti i miei sogni, solo così, parevano realizzati, e non avevo più pace. [...] In questo modo trascinai la mia vita, finché una mattina presi la risoluzione di abbandonare per sempre la casa dei miei genitori. In un libro avevo trovato dei ragguagli circa la più vicina grande catena montuosa, nonché carte geografiche di alcune regioni. Verso quei luoghi mi incamminai. Erano i primi giorni della primavera ed io mi sentivo perciò allegro e leggero; corsi, soltanto per lasciar al più presto quella piana. Una sera vidi profilarsi lontani i contorni scuri dei monti. Riuscii a mala pena a prender sonno nellalbergo, tale era limpazienza di calpestar il suolo verso il quale anelava il mio sguardo come verso la mia patria; prestissimo mi svegliai e ripresi la mia via[70].
Questo viaggio di Cristiano verso la sua «patria» si
concluderà, oltre i sortilegi e le malìe del Runenberg, nellancor più misteriosa e perturbante
«montagna di Venere», montagna maledetta dove «sono andati a rifugiarsi tutti i diavoli e si
son messi in salvo nel centro della terra disabitato, quando la divina potenza
della cristianità vittoriosa fece precipitare la cieca idolatria pagana»[71].
Posto sotto la custodia di «Eckart il fido», il Venusberg diventerà la patria del leggendario[72]
«Tannenhäuser» che trascinerà con sé alla fine anche lamico-rivale Federico,
ultimo a precipitarsi «in furibonda corsa» dentro la «montagna
incantata»:
Diceva la gente: «Chi è baciato da uno che venga dalla montagna non può resistere alla sua malìa che lo travolge e linghiotte violenta nelle voragini del suolo»[73].
Altro magnifico esempio di trasformazione del paesaggio
montuoso da semplice sfondo a codice espressivo del tumulto di una psiche
eccezionale è la novella Lenz
di
Georg Büchner (1813-1837), resoconto basato su testimonianza autentica di
quella progressiva «pietrificazione» che spense le titaniche emozioni del poeta
e drammaturgo Jakob Michael Reinhold Lenz
(1751-1792), una delle figure più
rappresentative dello Sturm und Drang.
Questo ritratto di un uomo affacciato «sul ciglio dellabisso dove una voglia
folle lo spingeva a guardar dentro continuamente, e a rinnovare a se stesso
quel tormento», di un uomo che si sentiva troppo grande per il mondo e che
trovava il paesaggio così angusto da temere di «sbattere contro tutto», che
traversava i monti con il «canto trionfale dellinferno» dentro il petto e che
credeva, dallalto delle vette, «di poter serrare un pugno enorme contro il
cielo e tirare giù Dio e trascinarlo fra le sue nubi; di poter stritolare il
mondo con i denti e sputarlo in faccia al creatore» - questo ritratto dunque si
dispiega dal principio («Il 20 gennaio Lenz traversò la montagna») alla fine in
una specie di simbiosi tra montagna e
mente, fino alla «fredda rassegnazione»
con cui Lenz, chiuso nella carrozza che risale la vallata in direzione di
Strasburgo, si lascia dietro i monti che si levano al tramonto «come unonda
turchina di cristallo»[74].
Erede
dellintera tradizione romantico-rupestre può essere considerato, malgrado la
sua forte componente di cinismo ironico, lo scrittore austriaco Thomas Bernhard
(1931-1989): e nel pittore Strauch,
«uomo fantastico sospeso sullabisso»[75],
monologante e visionario primo attore del romanzo Gelo, si potrebbe intravedere quasi reincarnato il Lenz di Büchner, lo stesso labirinto di
ossessioni dello spirito immedesimato nellorribile immobilità delle altitudini
(«Dunque Lei non sente nulla, non sente
la voce terribile che grida per tutto lorizzonte e che di solito chiamano
silenzio?»)[76].
Il pittore, credo, è un tipo così particolare che nessuno mai potrà capire. Nessuno. E un essere inclassificabile. Con quel suo esser sempre concentrato su se stesso e quel suo allontanare tutto da sé, lui ha fatto uso di ogni sua possibilità fino alla nausea. Guardare lui è come guardare i millenni... «Le montagne, sa, spesso sono degli amplificatori che permettono di vedere molto lontano». Oppure «in modo disumanamente umano»[77].
Si possono citare anche i pensieri dei due
simbiotici fratelli del racconto Amras
(«abituati tutta la vita nei
deliri febbrili dalta montagna
a sentire e a
pensare ogni cosa -senza eccezione- esasperandola»),
considerato dallautore stesso il suo capolavoro:
La montagna è ostile agli uomini; la crudeltà con cui lalta montagna schiaccia gli uomini... I Metodi dellorrore della roccia che avanza nei cervelli degli uomini[78].
Ricche porzioni delleredità romantica sono state
incamerate poi dal grande flusso letterario del fantastico, che per la quantità e la qualità dei temi in gioco
esigerebbe una speciale indagine: si può comunque rammentare quellideale linea
che collega Edgar Allan Poe
(1809-1849), Jules Verne
(1828-1905), Howard
Phillips Lovecraft (1890-1937) e che nel suo percorso lascia emergere
vertiginose immagini di vortici, cadute, abissi marini, baratri polari,
gravitazioni prodigiose o spaventosi e onirici paesaggi di soprannaturale ed insondabile
altitudine[79]. Linea
ideale che procede da Una discesa nel
Maelström (1841),
Manoscritto trovato
in una bottiglia (1833),
Le avventure
di Arthur Gordon Pym (1837),
Un
racconto delle Ragged Mountains(1844)[80]
- dove il romantico nesso tra paesaggio e psiche supera le frontiere della vita
per inoltrarsi addirittura nei misteri della reincarnazione - di Edgar Allan
Poe, alla Sfinge dei ghiacci (1897)
di Jules Verne per poi trovare un esito in quelle
Montagne della follia (1936)
di Howard Phillips Lovecraft che
rappresentano per molti aspetti il risultato di due secoli di gusto
dellorrore:
Era certo che ci trovavamo in uno dei punti più strani, misteriosi e terribili tra quanti ve ne sono sulla faccia della terra. Di tutte le terre esistenti quella era infinitamente più antica. [...] Eppure, esagerazioni di natura ancora più mostruosa sembravano a portata di mano. Ho detto che le cime di quei monti sono più alte di quelle dellHimalaya; ma le sculture mi impediscono di affermare che siano le più alte del mondo. Quel truce onore è senza alcun dubbio riservato a qualcosa che una buona metà delle sculture esitavano a riportare, mentre altre trattavano il soggetto con ripugnanza e trepidazione evidenti. Sembra che una parte di quella antica terra, la prima parte emersa dalle acque dopo che il nostro pianeta aveva scagliato via la luna e gli Esseri Antichi erano riusciti a filtrare giù dalle stelle, fosse considerata come da evitare perché vagamente e indescrivibilmente malefica. Le città costruite là erano andate in rovina anzitempo ed erano state trovate improvvisamente deserte. Poi, quando il primo grande sconvolgimento aveva colpito la regione nellepoca comancica, una spaventevole catena di montagne era balzata su improvvisamente tra strepito e caos infernali e la terra ebbe da quel giorno le sue montagne più eccelse e terribili.
Se la scala delle mappe era esatta, quei monti detestati avrebbero dovuto essere molto più alti di quarantamila piedi, superando nettamente anche le impressionanti montagne della pazzia che avevamo traversato. [...]
Alcuni degli Esseri Antichi, nei giorni della decadenza, avevano rivolto strane preghiere a quelle montagne, ma nessuno vi si era mai avvicinato o aveva osato azzardare delle congetture su ciò che stava dallaltra parte. Nessun occhio umano si era mai posato su di esse, e mentre studiavo le emozioni rappresentate dalle sculture pregavo che nessuno mai dovesse vederle[81].
Trascinati verso immemoriali antichità da questi
tardi flutti del Romantico, si rischia di dimenticare lessenziale; ma
l«amatore dabissi»
Samivel lo ribadisce in forma di definizione: «La pratica
dellalpinismo, sport consistente nello scalare cime di difficile accesso per
il solo piacere di salirle, è unattività molto recente, dorigine occidentale
e legata a un certo stato di civilizzazione»[82].
Rivendicare
questa peculiarità dellalpinismo come fenomeno moderno e occidentale non vuol
dire progettare qualche forma di esclusione, significa piuttosto evidenziare il
senso autentico di questa prassi,
senza la quale tutto un ambito della cultura umana perderebbe il suo
radicamento storico. Tutto il cammino evolutivo di una nuova sensibilità, da
Kant a Lovecraft, resterebbe sospeso nel nulla se non fosse sorretto, fisicamente sostenuto da unattività che
ha «fatto» le montagne che noi conosciamo: quelle che non sono più «materia
grezza, non ancora illuminata dalla luce dello spirito»[83].
Ma sulle nuove, storiche radici si è innestato - non a caso - un elemento che
Simmel definiva «atemporale»:
«le Alpi sono, per così dire, prive di forma
anche nei confronti del tempo; esse non sono limmagine della negazione della
vita - perché una tale negazione è sullo stesso piano della vita, dovendo
ancora presupporla - ma del suo Altro tout court, del rimanere intatti dal
passare del tempo, che è invece la forma della vita»[84].
A questo aspetto metafisico della
montagna, come «paesaggio assolutamente
astorico»[85], si sono
collegate istanze premoderne, pezzi di tradizione distaccati dalla loro
origine, profonde strutture «antropologiche», per dare una generica
designazione di qualcosa che potrebbe estendersi dal campo della biologia a
quella della teologia. Si è generata in questo modo una particolare
configurazione culturale che non si può individuare facilmente, e che racchiude
in sé qualcosa di paradossale,
comera già evidente nella figura kantiana del sublime e comè bene espresso,
per esempio, dallantitesi nel titolo («Cupe
montagne, splendide montagne»), ispirato dallopera di
Ruskin, della
fondamentale indagine di Marjorie Hope Nicolson sullo
sviluppo dell'estetica dellinfinito[86].
Tutte le terminologie che hanno cercato di denominare la «strana invenzione» -
dal piacere dellorrido alle
lammeriane delizie del precipizio,
fino agli imperi verticali, abissi della
mente di Schama - hanno dovuto obbligatoriamente registrare questa
ambiguità, tipicamente moderna, che va ben oltre le frontiere dellestetica per
abbracciare fin dalle origini, in una generale coincidenza degli opposti che
caratterizza tutto il nuovo territorio, le principali coppie di categorie
antitetiche: romanticismo-illuminismo, tradizione-moderno, serietà-gioco,
terrore-piacere, tristezza-gloria, bello-brutto, organico-inorganico,
vita-morte ecc.
La cosa che sostiene tutte queste
opposizioni è poi la vita stessa nel
momento in cui raggiunge e cerca volontariamente di varcare il proprio limite - come lo nominava
Reinhold
Messner - per accedere a «mondi
transvitali»[87],
a unoltrevita il cui concetto viene
enfatizzato, ma nello stesso tempo ben delineato dalla prosa di Julius
Evola:
Nella lotta contro le altezze e le vertigini montane [...] quanto mai è prossima la possibilità di ridestare, attraverso ciò che sembra un semplice esercizio del corpo [...] un contatto con le forze primordiali chiuse dentro le membra: sì che lagone fisico sia ad un tempo più che fisico, e nella riuscita vittoriosa sia quasi ladornamento di qualcosa di non più umano. Se antiche mitologie misero nelle altezze il simbolico soggiorno degli «dei», ciò è mito, ma simultaneamente è espressione allegorica di un significato che è reale; e che può sempre rivivere in sede di interiorità.
Nella vita - come, dopo Nietzsche, lha rilevato il Simmel - vi è questo potere strano e quasi contraddittorio, di portarsi a degli apici in cui un «viver di più» (mehr leben), la più alta intensità di vita - si trasforma in un «più che vivere» (mehr als leben). In questi apici, come calore che si trasfigura in luce, la vita, per così dire, si libera da se stessa, non nel senso di una cessazione dellindividualità e di una specie di mistico naufragio, ma nel senso di unaffermazione trascendente di essa, nella quale langoscia, lincessante tendere, bramare ed agitarsi, cercar fedi, appoggi e scopi degli uomini dà luogo ad uno stato di calma dominatrice. Nella vita, non fuori di essa, vive qualcosa di più che la vita. E questa esperienza - perché appunto non si tratta di questa o quella credenza o teoria, sempre vana e relativa, bensì di una esperienza che si presenta in modo così certo e indubitabile quanto, per es., quella del piacere o del dolore - questa esperienza eroica, diciamo, ha per caratteristica appunto lesser valore in sé stessa, lesser bene in sé stessa, laddove la vita comune non va che sotto la spinta degli interessi, delle cose esterne o delle convenzioni.
Appunto questa natura più profonda dello spirito che si sente infinito, sempre di là da sé stesso, sempre oltre ogni forma e ogni grandezza che trovi in sé o fuori di sé, anche se non in modo perfettamente conscio si sveglia e riluce nella «pazzia» di coloro che senza uno scopo materiale, senza una ragione, oggi in numero sempre crescente sfidano le altezze secondo una volontà che si impone alla fatica, alla paura, alla voce dellistinto animale di prudenza e di conservazione[88].
Contraddittoria - ma forse inevitabilmente - è in
fin dei conti anche la posizione dello stesso Evola, rappresentante di unampia
corrente «tradizionalista» di filosofia alpinistica che mette sotto accusa la
civiltà moderna, dove «tutto tende a soffocare il senso eroico della vita»[89].
La descrizione sopra riportata del fenomeno dell«oltrevita», che rivela
unacuta consapevolezza della sua irriducibile novità storica, è una bella immagine della paradossale impresa di
sfruttare a fini eroici,
neotradizionali e antimoderni, la più anarchica, prometeica figura del moderno: lalpinismo, prassi titanica per eccellenza. Tutta giocata su questo paradosso - estremizzato
fino a tramutare il «simbolismo tradizionale della
Montagna»[90]
in oggetto materiale di conquista - è per esempio lopera più consapevole di
questa tendenza, il romanzo fantastico di René Daumal
Il monte analogo[91].
Forse fu
proprio limpressione di unirrimediabile
paradossalità - più ancora della muta e disumana estraneità[92]
dello scenario alpino come tale - a indurre il massimo campione della
razionalità dialettica, Georg Wilhelm Friedrich
Hegel, a stare non soltanto ben
lontano dai facili entusiasmi del suo tempo, ma addirittura a rifiutare nel
modo più coerente la stessa possibilità della nuova emozione:
In queste masse informi né locchio né limmaginazione trovano un punto qual che sia dove luno possa sostare con piacere o laltra trovare unoccupazione o un giuoco. Solo il mineralogo trova materia per azzardare congetture zoppicanti sulla rivoluzione di queste montagne. Nel pensiero della durata di questi monti, o in quella sorta di sublimità che si ascrive loro, la ragione non trova nulla che le imponga necessariamente stupore e ammirazione. La vista di queste masse eternamente morte non mi ispirò nulla se non il commento uniforme, a lungo andare noioso: «E così»[93].
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NOTE
[1] Cfr. Martino Rizzotti, Materia e vita. Big bang, origine ed evoluzione del vivente, Utet, Torino 1991.
[2] Franz Kafka, «Prometeo» [1918], in Tutti i racconti, a cura di E. Pocar, vol. II, Mondadori, Milano 1979, p. 154.
[3] Ibidem.
[4] Cfr. Hans Blumenberg, Elaborazione del mito, tr. it. a cura di B. Argenton, il Mulino, Bologna 1991, p. 700.
[5] Ibid., p. 760.
[6] Ibidem.
[7] «The Mountain Zone» allindirizzo Internet http://www.mountainzone.com
[8] Cfr. Reinhold Messner, Il limite della vita, tr. it. di P.O. Antonioli, Zanichelli, Bologna 1980, p. 155.
[9] Ibid., pp. 155-156.
[10] Ibid., p. 155.
[11] Cfr. ibid., pp. 3-6.
[12] Ibid., pp. 155-156.
[13] Come lo definiva già nel 1937 il geniale saggista Roger Caillois (cfr. Il mito e luomo, tr. it. di A. Salsano, Bollati Boringhieri, Torino 1998, p. 43), riprendendo peraltro le tesi freudiane di Al di là del principio di piacere [1920], tr. it. di A.M. Marietti e R. Colorni, Boringhieri, Torino 1975, p. 90. Sulla commistione con fondamentali categorie del pensiero orientale - come nel caso del Nirvana - si basa anche lalpinismo «esoterico» di Domenico Rudatis: cfr. per es. il suo Liberazione. Avventure e misteri nelle montagne incantate, Nuovi Sentieri, Belluno 1985, pp. 305-313.
[14] Reinhold Messner, op. cit., p. 13.
[15] Ibid., p. 168.
[16] Ibid., pp. 59, 169.
[17] Ibid., pp. 23 sgg., 61 sgg.
[18] Ibid., p. 142.
[19] Ibid., pp. 135-139.
[20] Ibid., pp. 10-11.
[21] Ibid., pp. 40, 172. Cfr. E.G. Lammer, «Parole di un uomo sciolto dalle catene», in J. Evola Samivel, Il sorriso degli dèi. Note su uomini di montagna e montagne degli dèi, Società Editrice Barbarossa, Milano 1996, pp. 145-148.
[22] Reinhold Messner, op. cit., p. 16.
[23] Ibid., pp. 161-169.
[24] Cfr. per es. ibid., p. 59.
[25] Ibid., p. 55. Leggendo questa evocazione della «beatitudine della caduta», per così dire, non sembrano del tutto infondate le accuse di quei «vecchi desolati» («Vedete! Egli predica le delizie dei salti nel precipizio!») da cui Lammer si difende («No, in verità! Io non predico né che uno debba andar solo, né che uno debba precipitare») nel testo citato più sopra. Cfr. J. Evola - Samivel, Il sorriso degli dèi, cit., pp. 146-147.
[26] Thomas Bernhard, Gelo [1963], tr. it. di M. Olivetti, Einaudi, Torino 1986, p. 107.
[27] R. Frison-Roche - S. Jouty, Storia dellAlpinismo, tr. it. di O. Antonioli e A.L. Rochat, Corbaccio, Milano 1996, p. 8.
[28] Ibid., pp. 299-315.
[29] Pellicola del 1991.
[30] Cfr. Walt Unsworth, Enciclopedia dellalpinismo, tr. it. di G. Palmieri, Zanichelli, Bologna 1994, p.163.
[31] Pietro Crivellaro, «E in montagna la vertigine è una droga», Sole 24 Ore, 8-9-1991. Davvero significative le dichiarazioni dellautore in questa rapida rassegna bibliografica di saggi di «psicologia dellalpinismo»: «[...] mi dedico alla pratica insensata dellalpinismo senza essermene fatta ancora una ragione accettabile. Lalpinismo mette in gioco la pelle, non viene preso per quello che è, cioè una cosa da pazzi. Perché i conquistatori dellinutile sono riveriti, o almeno tollerati, anziché essere perseguiti, come ad esempio i tossicomani? Questo rischio-droga meriterebbe un po dattenzione da parte degli scienziati, che si sono prodigati a studiare ogni aspetto dellorganismo».
[32] Jon Krakauer, Aria
sottile, tr. it. di L. Perria, Corbaccio, Milano 1998. Come sintomo del
forte impatto di questo libro e delle sue tematiche cfr. il numero di Time del 20 ottobre 1997, con copertina
interamente dedicata allargomento, nelle immagini e nel titolo: «Fatal
Attraction. A harrowing tale of death on Mount Everest».
[33] Cfr. il commovente articolo dellamico e compagno davventure Adrian Nicholas, «Ancora e sempre Patrick», No Limits world, n. 66, ottobre 1998, pp. 146-149.
[34] Cfr. R. Frison-Roche - S. Jouty, Storia dellAlpinismo, cit., p. 283 sgg. («Allaltro capo del mondo: la Patagonia»).
[35] Per usare unaltra categoria di Reinhold Messner, op. cit., p. 40.
[36] Dino Buzzati, Le montagne di vetro. Articoli e racconti
dal 1932 al 1971, a cura di E. Camanni, Vivalda, Torino 1989, p. 75.
[37] Ibid., p.78.
[38] Cfr. Paola Giacomoni, «Il fascino del selvaggio. Linvenzione estetica delle Alpi in epoca romantica e oltre», nel volume collettivo Pensare la natura. Dal Romanticismo allecologia, Guerini e Associati, Milano 1998.
[39] Sotto questo aspetto ha un suo momento di validità la connotazione dellalpinismo come «geografia attiva» preferita da Massimo Mila: cfr. i suoi Scritti di montagna, a cura di A. Mila Giubertoni, Einaudi, Torino 1992, p. 26.
[40] Philippe Joutard, «La riscoperta della montagna nel Settecento. Nascita di una moda», in Le seduzioni della montagna. Da Delacroix a Depero, a cura di M.Vescovo, Electa, Milano 1998, p. 13.
[41] Paola Giacomoni, op. cit., p. 247.
[42] Descritta dal poeta stesso in un celebre testo, che si può leggere ad esempio in appendice al volume già citato di J.Evola - Samivel, Il sorriso degli dèi, p. 139 sgg. Lepisodio del Monte Ventoso va considerato più precisamente come evento fondatore ed «epocale» della moderna relazione estetica con il paesaggio in generale: cfr. J. Ritter, Paesaggio. Uomo e natura nelletà moderna, a cura di M. Venturi Ferriolo, Guerini e Associati, Milano 1994, pp. 35-45. Sulla «preistoria» dellinvenzione settecentesca della montagna si può consultare il saggio già menzionato di Philippe Joutard, e dello stesso autore la monografia Linvenzione del Monte Bianco, tr. it. a cura di P. Crivellaro, Einaudi, Torino 1993.
[43] Nel solco già tracciato da autori che hanno sviluppato varie forme di archeologia del moderno, come Georg Simmel, Siegfried Kracauer, Walter Benjamin. Di questultimo si può citare, come paradigma dellintera «corrente», il grande affresco di Parigi, capitale del XIX secolo, a cura di R. Tiedemann, Einaudi, Torino 1986.
[44] Philippe Joutard, Linvenzione del Monte Bianco, cit., p. 3.
[45] Simon Schama, Paesaggio e memoria, tr. it. di P. Mazzarelli, Mondadori, Milano 1997, p. 457 sgg.
[46]
Ibid., p. 460. Nessuna sintesi è
possibile, almeno in questa sede, per quellintreccio di vicende e personaggi -
magistralmente raccontato da Schama - che sta dietro alla suddetta formula del
«piacere dellorrido». Unavvincente «mappa» di questo importante capitolo di
storia della cultura occidentale è anche Il
fascino della paura. Linvenzione del gotico dal rococò al trash di
Raffaele Milani, Guerini e Associati, Milano 1998, che ne ricostruisce i nessi
fino alla più stretta attualità.
[47] Edmund Burke, Inchiesta sul Bello e il Sublime, ed. it. a cura di G. Sertoli e G. Miglietta, Aesthetica, Palermo 1985. Il sublime rappresenta una categoria fondamentale della storia dellestetica e della storia delle idee, che getta un ponte dallantico, anonimo trattato Il Sublime del cosiddetto Pseudo Longino (ed. it. a cura di G. Lombardo, Aesthetica, Palermo 1987) fino alla «postmodernità» divulgata dal filosofo francese Jean-François Lyotard (cfr. «Linteresse del sublime», tr. it. di G. Gabetta, aut aut, n. 231, 5-6/1989, pp. 33-56; Il postmoderno spiegato ai bambini, tr. it. di A. Serra, Feltrinelli, Milano 1987 ). Sfondo immancabile dello «scenario» di montagna qui trattato, è tuttavia impossibile portarlo adesso in primo piano: possiamo richiamare una notevole rassegna che mette in evidenza anche la grande attualità di questo campo di ricerca («Sublime antico e moderno. Una bibliografia», a cura di G. Lombardo e F. Finocchiaro, Aesthetica Preprint, n. 38, 8/1993).
[48] Immanuel Kant, Critica
del Giudizio, tr. it. di A. Gargiulo, Laterza 1979, p. 112.
[49] Ibid., pp. 116-117. Su questa citazione «alpinistica» di Kant cfr. P. Giacomoni, op. cit., p. 246.
[50] I. Kant, op. cit., pp. 112-113.
[51] Ibid., p. 92. Su tale peculiarità del sublime kantiano cfr. la «Presentazione» di G. Sertoli che precede la citata Inchiesta sul Bello e il Sublime di Edmund Burke, p. 31.
[52] Georg Simmel, «Le Alpi», in La moda e altri saggi di cultura filosofica, tr. it. di M. Monaldi, Longanesi, Milano 1985, p. 120. Su Simmel come erede della «dimensione kantiana del sublime» cfr. P. Giacomoni, op. cit., pp. 258-259.
[53] Cfr. Massimo Mila, Scritti di montagna, cit., p. 23; R. Frison-Roche - S. Jouty, Storia dellAlpinismo, cit., p. 24 sgg.
[54] Così designata, non a caso, da Kant nella pagina già menzionata della Critica del Giudizio (cit., p. 117).
[55] Massimo Mila, op. cit., p. 23.
[56] Cfr. Pietro Crivellaro, «Lalpinismo è una tigre di carta», Sole 24 Ore, 20-10-1991; Livio Sposito, «Miti romantici, miti atletici», Sole 24 Ore, 10-8-1997. Per la definizione tecnica ufficiale di questa disciplina cfr. per es. W. Unsworth, Enciclopedia dellalpinismo, cit., p. 35.
[57] I. Kant, op. cit., p. 116.
[58] Simon Schama, Paesaggio e memoria, cit., p. 486. Cfr. Le seduzioni della montagna, cit., pp. 100-101.
[59]
Simon Schama, Paesaggio e memoria,
cit., p. 489.
[60] Ibid., pp. 463-467.
[61] Carlo Sini, «Prefazione» a Empedocle. I frammenti, tr. it. di F. Trabattoni, Marcos y Marcos, Milano 19912, p. 6. Tralasciamo qualsiasi paragone - che sarebbe comunque interessante - tra la biografia di Hölderlin (che visse dal 1806 al 1843 in una condizione di mite demenza) e lanalogo, già menzionato esito di quella di Cozens.
[62]
Cfr. Cesare Lievi, «Introduzione» a Friedrich Hölderlin, La morte di Empedocle, tr. it. a cura di C. Lievi e I. Perini
Bianchi, Einaudi, Torino 1990, pp. VI-VII.
[63] Compreso in Friedrich Hölderlin, Sul tragico, a cura di R. Bodei, Feltrinelli, Milano 1980.
[64] Cfr ibid., pp. 51-63; Carlo Sini, op. cit., p. 7.
[65] Novalis, I discepoli di Sais - Die Lehrlinge zu Sais, a cura di S.M. Moraldo, Giovanni Tranchida Editore, Milano 1998, pp. 45-49.
[66] Su tale influsso di Novalis cfr. Ludwig Tieck, Schriften in zwölf Bänden, Band 6: Phantasus, a cura di M. Frank, Deutscher Klassiker Verlag, Frankfurt a.M. 1985, p. 1293.
[67] Tradotte in italiano in L.Tieck - Novalis - C.Brentano, Fiabe romantiche, a cura di I. Maione, TEA, Milano 1988.
[68] Sulla distinzione tra fiaba tradizionale e fiaba romantica cfr. György Lukács, Scritti sul romance, tr. it. a cura di M. Cometa, il Mulino, Bologna 1982, pp. 117-134.
[69] Il passaggio dalluniverso ingenuo della fiaba alla letteratura fantastica moderna è limpidamente illustrato da Roger Caillois, Dalla fiaba alla fantascienza, tr. it. a cura di P. Repetti, Theoria, Roma-Napoli 1985, pp. 18-22.
[70]
Ludwig Tieck, «La montagna runica», in Fiabe
romantiche, cit., pp. 38-40.
[71] Ludwig Tieck, «Eckart il fido e il Tannenhäuser», in Fiabe romantiche, cit., p. 68.
[72] Sugli elementi della tradizione popolare che collega la montagna di Venere e il trovatore medievale Tannhäuser - consacrata infine dallopera omonima di Wagner - si possono consultare per es. i testi di Carlo Ginzburg, I benandanti, Einaudi 1965, p. 62 sgg.; Storia notturna, Einaudi 1989, pp. 86-87.
[73] Ludwig Tieck, «Eckart il fido e il Tannenhäuser», cit., p. 91.
[74] Georg Büchner, Lenz, tr. it. a cura di G. Dolfini, Adelphi, Milano 1989, pp. 59, 67,
57-59, 11, 79-81.
[75] Thomas Bernhard, Gelo, cit., p. 252.
[76] Georg Büchner, Lenz, cit., p. 79.
[77] Thomas Bernhard, Gelo, cit., p. 196.
[78] Thomas Bernhard, Amras, tr. it. di M. Olivetti, Einaudi, Torino 1989, pp. 25, 67. Capolavoro coronato, non a caso, da un esergo di Novalis: «La natura della malattia è oscura quanto la natura della vita».
[79] Cfr. la ricostruzione di questa «corrente» da parte di Mario Carini, «Fantastica Antartide. Il mistero del Polo in Poe, Verne e Lovecraft», Abstracta, n. 48, 5/1990, pp. 70-77.
[80] E.A. Poe, «Un racconto delle Ragged Mountains», tr. it. di D. Palladini, in E.A.Poe, Racconti di fantascienza, Newton Compton, Roma 1995.
[81] H.P. Lovecraft, «Le montagne della follia», tr. it. di G. De Luca, in Opere complete, SugarCo, Milano 1983, pp. 597-598.
[82] J. Evola Samivel, Il sorriso degli dèi, cit., p. 113. Cfr. Samivel, Amatore dabissi, tr. it., Zanichelli, Bologna 1984.
[83] Cfr. Massimo Mila, op. cit., p. 27.
[84] Georg Simmel, op. cit., p. 118.
[85] Ibidem.
[86]
M.H. Nicolson, Mountain Gloom and
Mountain Glory. The Development of the Aesthetics of the Infinite,
University of Washington Press, Seattle and London 1997. Cfr. John Ruskin, Pittori moderni, a cura di G. Leoni, 2
voll., Einaudi, Torino 1998.
[87] Cfr. Paola Giacomoni, op. cit., p. 259.
[88] Julius Evola, Meditazioni delle vette, a cura di R. del Ponte, SeaR, Borzano R.E. 1997, pp. 31-32.
[89] Ibid., p. 30.
[91] René Daumal, Il monte analogo. Romanzo davventure alpine non euclidee e simbolicamente autentiche, tr. it. a cura di C. Rugafiori, Adelphi, Milano 19938.
[92] Cfr. Paola Giacomoni, op. cit., p. 256.
[93] G.W.F. Hegel, Viaggio nelle Alpi bernesi (1796), a cura di G.A. De Toni, Lubrina, Bergamo 1990, pp. 55-56.