Scienza, democrazia, esoterismo:

"una nuova alleanza"? 

Intervista a Giorgio Galli

di Lorenzo Giacomini

 

 L 'arcobaleno che segue il diluvio, segno

 tangibile dell'alleanza. Mosaico (sec. XII)

 nella cattedrale di Monreale.

D. Nel tuo ultimo intervento sulla rivista "Pluriverso" ( Politica e New Age , marzo 1997) hai parlato del rapporto tra crisi della democrazia rappresentativa e riemergere di antiche culture "irrazionali" o pre-razionali. Questo rapporto potrebbe apparire storicamente casuale, mentre si potrebbe sostenere che proprio questo rapporto indichi qualcosa di essenziale per la democrazia nel senso moderno del termine. La democrazia sarebbe allora, fin dall'origine, nient'altro che il terreno di scontro o incontro, mediato da regole "liberali", tra le istanze "razionali" della modernizzazione e quelle "irrazionali" delle culture tradizionali, e perderebbe senso e contenuto col prevalere assoluto dell'una o dell'altra di queste istanze, riducendosi a una lotta tra "comitati di affari" rivali. L'aridità del liberalismo ottocentesco venne per l'appunto scossa nel ventesimo secolo da ideologie (fascismo, comunismo) il cui fascino derivava in fin dei conti da commistioni fra modernismo e istanze anti-moderne. Si potrebbe definire la democrazia "liberale" come il campo in cui si esercita questa perenne tensione, che deve trovare un punto di equilibrio sempre nuovo per evitare di sprofondare nel baratro di "irrazionalità" di segno opposto? L'abbinamento tra l'esoterista William Blake e Internet, che tu hai proposto, indicherebbe dunque un possibile uso delle tecnologie comunicative da un lato, delle culture alternative ed "esoteriche" dall'altro, che si possa definire razionale per la democrazia?

R. Ci si chiede se il rapporto tra crisi della democrazia rappresentativa e riemergere di antiche culture potrebbe essere storicamente casuale. Non credo che sia casuale: credo che ci sia una relazione tra i due fenomeni, che la democrazia rappresentativa così come ha funzionato dal Seicento in poi abbia realizzato il massimo delle sue possibilità e, come dice Robert Dahl, o si amplia o tende a restringersi in una "repubblica di custodi", e questo è un fenomeno. L'altro fenomeno è il crescere dell'interesse per quelle che vengono definite culture alternative (astrologia, alchimia, ecc.). Ecco, il fatto è che l'esaurirsi della forma storicamente più razionale di gestione politica viene a coincidere con il riemergere di queste culture e naturalmente può essere ritenuto un fatto casuale, io credo invece che ci sia una relazione tra i due fenomeni. Però modificherei la seconda tesi, cioè che proprio questo rapporto indichi qualcosa di essenziale per la democrazia, la quale sarebbe, fin dall'origine, il terreno di scontro o incontro mediato da regole "liberali" tra le istanze razionali e quelle irrazionali. Credo che questo possa valere per il futuro, ma fin dall'origine no: fin dall'origine, almeno nella mia interpretazione, non era così. Nel mio saggio Cromwell e Afrodite. Democrazia e culture alternative (Kaos Edizioni, Milano 1995) esamino le due forme di democrazia che la cultura politica occidentale ha sperimentato, cioè la democrazia assembleare della polis ateniese e la democrazia rappresentativa nata dalla rivoluzione contrattualistica del Seicento e poi sfociata nello stato di diritto. In entrambi questi casi il terreno era di scontro, ma non tra istanze razionali e irrazionali, bensì nel senso che la democrazia, per semplificare, è stata una risposta alla sfida di culture alternative e ribelli a forte presenza femminile. Ho precisato questo per dire che secondo me all'origine la democrazia era un terreno di scontro che non permetteva la coesistenza di queste due istanze, cioè le istanze razionali e quelle definite irrazionali. Credo invece che questa formulazione, cioè il terreno di incontro mediato da regole liberali, possa valere per il futuro, credo che possa essere una delle modalità con le quali la democrazia rappresentativa supera la crisi attuale e la supera anche per riconoscere dignità alle culture alternative che stanno riemergendo. Così intesa, questa è una prospettiva positiva che sostituisce la situazione originaria che era quella di uno scontro assolutamente non mediato, nel quale le istanze razionali della modernizzazione hanno tentato di distruggere e hanno sicuramente emarginato le culture tradizionali. E allora, per il futuro, si potrebbe dire giustamente che la democrazia perderebbe senso e contenuto con il prevalere assoluto dell'una o dell'altra di queste istanze, riducendosi a una lotta tra comitati di affari rivali. Sono d'accordo che potrebbe esserci questo rischio e che il futuro è appunto legato alla possibilità della coesistenza, mediata da regole liberali, tra queste due istanze. E sono d'accordo anche sulla seconda valutazione, anche se sarei meno drastico nel parlare di aridità del liberalismo ottocentesco... il limite più forte del liberalismo ottocentesco sta nel fatto che non era una democrazia di massa, era una democrazia di élite, ed è giusto dire che venne scossa nel ventesimo secolo da ideologie che portarono massicciamente le masse sulla scena politica, contrapponendo appunto alla politica di élite una politica di mobilitazione delle masse, come sostiene Mosse a proposito del fascismo e soprattutto del nazionalsocialismo; e per quanto riguarda il comunismo, è noto che sia così. E credo sia abbastanza vero che il fascino di queste ideologie potesse derivare da commistioni tra modernismo e istanze antimoderne. Questo è più evidente per quanto riguarda i movimenti del fascismo storico, in particolare del nazionalsocialismo, nel quale la commistione tra modernismo e l'emergere di forme di occultismo è stata molto studiata: per quanto riguarda i fascismi storici direi quindi che questi due elementi, da un lato "mobilitazione delle masse" e dall'altro commistione tra modernismo e istanze antimoderne, sono certamente percepibili. Ciò sembrerebbe meno chiaro per quanto riguarda il comunismo, ma anche qui credo che questo aspetto di commistione possa essere individuato soprattutto nell'esperienza sovietica. Nel gruppo di intellettuali che costruiva il partito bolscevico c'erano veramente istanze di tipo tradizionale, i "Cercatori di Dio" e posizioni di questo genere, come quella di Lunacharski che poi divenne il primo Commissario del popolo all'Educazione del governo di Lenin. Sono stato relatore di una tesi proprio su questo fenomeno: L'esoterismo nella cultura di sinistra russa tra il 1880 e il 1917, di Nicola Fumagalli, pubblicata poi dalla casa editrice Barbarossa. Faccio questa segnalazione per dire che l'ipotesi qui formulata può valere non solo per i movimenti di tipo fascista, e questo è un dato storicamente acquisito della cultura politica, ma potrebbe valere anche per il movimento comunista che la storiografia prevalente ritiene invece lontano da questa impostazione. Si potrebbe allora definire la democrazia liberale come il campo in cui si esercita questa perenne tensione? No, si potrebbe definire così la democrazia liberale quando accetterà di riconoscere dignità alle culture alternative e farà quel salto qualitativo del quale parlavo appunto su "Pluriverso". Per ora questa è la definizione che potrebbe avere la democrazia liberale del futuro, quando si amplierà con varie caratteristiche delle quali parla Dahl. E all'ultima domanda di questa prima serie risponderei di sì: l'abbinamento tra l'esoterista William Blake e Internet indicherebbe un possibile uso razionale delle tecnologie comunicative e delle culture alternative, naturalmente in un'accezione della razionalità che non è quella con la quale la democrazia liberale si è imposta, perché quel razionale collocava nel campo indistinto dell'irrazionale e del negativo tutte le altre culture, mentre si tratterebbe di riconoscere loro una dignità e un significato.

D. Io intenderei razionale nel senso di una comunicazione adeguata, cioè di uno scambio di ragioni tra istanze diverse...

R. Certamente, ma questa è un'accezione nuova della razionalità: è un razionale che non confina più negativamente nel campo dell'irrazionale tutto ciò che non condivide, fino ad oggi in effetti la rivoluzione contrattualista ha dato grandi risultati ma è stata molto esclusiva, non è nata nel segno della tolleranza ma nel segno dell'intolleranza, lo stesso Locke diceva che vi era la libertà per tutti fuorché per gli atei...

D. Lo schema della prima domanda si potrebbe ripetere a proposito del ruolo attuale della ricerca storico-filosofica ed epistemologica. Si tratterebbe anche qui di operare una mediazione tra dati e teorie di provenienza scientifica, da un lato, e immagini, modelli, orizzonti che le culture tradizionali ci offrono. In questo modo il sapere diviene un campo unificato, senza istanze privilegiate, dove la razionalità emerge da un confronto assolutamente libero tra eredità e novità, in un processo di rischiaramento reciproco. Sarebbe proponibile per esempio, a tuo giudizio, una ricerca filosofica sulla tradizione mantica, sull' "attualità epistemologica" di questa tradizione in rapporto a nozioni e teorie scientifiche d'avanguardia?

R. Sulle tesi di questa seconda domanda sono certamente d'accordo. E quanto alla proponibilità di una ricerca filosofica sulla tradizione mantica, una volta impostato il progetto bisognerebbe poi vedere quali siano gli argomenti, le indicazioni da tradurre in un lavoro sistematico di recupero della tradizione mantica, perché in realtà questo problema, cioè il problema della prevedibilità dei fenomeni è uno dei problemi di fondo delle scienze sociali, che hanno preso a modello la rivoluzione newtoniana e la sua evoluzione, la fisica del ventesimo secolo. Le scienze sociali hanno accettato questo modello e si sono imbattute nella grande difficoltà di poter fare ciò che fanno le scienze cosiddette naturali, cioè individuare e sperimentare un processo previsivo. Le scienze sociali sono riuscite a fare questo in misura molto più limitata delle scienze naturali. Uno dei problemi che sono emersi nella scienza politica americana dopo il crollo del sistema imperiale sovietico consisteva appunto nel fatto che nonostante gli strumenti previsivi perfezionatissimi a disposizione di quegli istituti di ricerca sociale - che avevano quasi in tempo reale tutto ciò che veniva pubblicato nell'Unione Sovietica - si fosse arrivati a individuare forti elementi di crisi nel sistema prevedendo tuttavia una crisi dal corso relativamente lungo, mentre nell'arco di pochi mesi del 1989 si sono svolti eventi rapidissimi e traumatici che gli studiosi statunitensi, malgrado i loro rapporti con le istituzioni e con la Cia, non erano riusciti a prevedere. E mentre Fukuyama proclamava la fine della storia, nell'ambito della scienza politica il problema era dato dal fatto che pur disponendo di strumenti razionali perfezionatissimi non si fosse riusciti a prevedere il fenomeno più clamoroso della seconda metà del secolo, cioè il crollo del sistema imperiale sovietico. Essendo dunque le scienze politiche in questa situazione problematica in quanto scienze previsive, credo che il recupero della tradizione mantica sia un recupero sul quale tanto più occorre riflettere quanto più c'è questa crisi della scienza politica come scienza della previsione.

D. Un tema che emerge dal tuo già menzionato intervento su "Pluriverso" - e probabilmente anche dal tuo nuovo libro di prossima pubblicazione presso l'editore Tropea - è quello dell'inaffidabilità della maggior parte dei cosiddetti "operatori dell'occulto" ai quali, almeno una volta all'anno, fa ricorso in Italia circa un quarto della popolazione adulta con diritto di voto. Solo il venti per cento sarebbero, a tuo parere, "operatori culturali corretti". Quali potrebbero essere i criteri di definizione di questa "correttezza", e si potrebbe immaginare una forma di riconoscimento pubblico che faccia diminuire il numero dei manipolatori? A quanto pare il ricorso all'occulto si fa strada anche e soprattutto nelle alte sfere sociali. Ma è accettabile che la diffusione di metodologie esoteriche fra i ceti superiori porti all'imposizione dall'alto di procedure "non razionali" nel processo di produzione (come l'uso della grafologia o dei tarocchi per la selezione del personale)?

R. Negli ultimi anni ho conosciuto molti di questi operatori - quel venti per cento è un mio calcolo ipotetico, deriva dall'esperienza personale, da ricerche di cui ho notizia. Il problema dunque - come ho avuto modo di dibattere con Piero Angela, in particolare sull'astrologia, ma si potrebbe estendere il discorso alle culture alternative in generale - è che in un periodo non di crisi ma di grande affermazione della scienza, le culture cosiddette irrazionali non vengono affatto emarginate. Assistiamo a un fenomeno apparentemente difficile da capire: la scienza si afferma ma il numero di coloro che si affidano a culture irrazionali aumenta. Evidentemente la scienza non è in grado di rispondere a tutte le domande della personalità, e le istanze cosiddette irrazionali delle culture tradizionali rispondono a domande profondamente radicate nell'uomo, domande che non possono essere collocate nell'ambito di superstizioni in via di scomparsa. Non è affatto così, ci sono ricerche come quella di Introvigne che mettono in rilievo come negli ultimi decenni la pratica dell'occulto, che era diffusa soprattutto in ceti a basso livello di reddito e di istruzione, si diffonde invece ora in ceti ad alto livello di reddito e di istruzione. Vediamo quindi che lo sviluppo e la valutazione positiva della scienza coincidono con la crescita del numero di persone che cercano risposte a domande essenziali fuori dall'ambito della scienza ufficiale, e questo è un dato di fatto da prendere in considerazione. Di fronte a questo fenomeno, secondo me, il vecchio atteggiamento da liberale ottocentesco, per così dire ("è tutta superstizione") non ottiene risultati. Aumenta continuamente l'audience delle trasmissioni di Piero Angela, ma nello stesso tempo aumenta il numero di praticanti delle culture dell'occulto. E non è detto - sarebbe una ricerca interessante - che le stesse persone che apprezzano l'ottimo lavoro di divulgazione scientifica di Piero Angela, capace di rispondere ad alcune domande della cultura e della vita, non siano spesso proprio quelle che si rivolgono poi alla cartomante per rispondere a un altro tipo di domande. Prendere in considerazione questo stato di cose è più importante che stigmatizzare la crescente manipolazione. Dunque, più che misurare quanti operatori dell'occulto siano affidabili e quanti no, si tratta di mettere in luce questo fenomeno senza dire - come fa Piero Angela - che tutti gli operatori delle culture alternative sono manipolatori, perché continuare a dirlo non influisce sul fenomeno che risponde quindi a esigenze profonde. Bisogna piuttosto tener conto delle domande alle quali un numero crescente di persone trova risposta in ambiti dove si può essere facilmente manipolati. Per me quindi - e questo è il senso del mio ultimo lavoro - si tratta di proporre questo approccio e di sviluppare in tal modo una coscienza critica anche in chi crede all'occulto, perché a me pare che più si insiste a parlare di manipolazione, più il numero di queste persone tende ad aumentare creando una divaricazione magari nella stessa persona, che potrebbe rivolgersi alla scienza per certi aspetti e a occultisti da strapazzo per altri, pur avendo un elevato livello culturale. Direi che la linea di fondo del mio lavoro è proprio questa: e infatti un altro capitolo di indagine riguarda per esempio certi personaggi della politica italiana che consultano abitualmente astrologi, cartomanti, veggenti, e che in genere non lo ammettono, creando la stessa divaricazione di cui parlavo prima e che può essere presente a livello di massa. Si vede e si apprezza una trasmissione di Piero Angela e poi ci si prenota da una cartomante. Si tratta invece di cogliere il fenomeno nella sua essenza, perché solo mettendolo correttamente in luce potremo mettere in guardia e aiutare chi si rivolge agli operatori dell'occulto. Questo è tanto più probabile se si valuta con comprensione il comportamento di queste persone, invece di giudicarlo in modo sprezzante come se si trattasse di superstiziosi ignoranti. Più li si accusa, più è facile che accettino, quasi come risposta indignata, la manipolazione. Invece una corretta informazione sul fenomeno potrebbe essere un rimedio a questa situazione. Io non ho in mente criteri di definizione di questa correttezza, però posso dire che avendo conosciuto forse un centinaio di operatori mi sono fatto l'idea che venti sono degni di stima e ottanta no, ma questa è un'esperienza personale. Non credo che il problema si possa risolvere con albi professionali: bisogna piuttosto sensibilizzare un'opinione pubblica che comunque è già al corrente, dato che un quarto degli italiani si rivolge a queste categorie di professionisti. Qualche tempo fa, su "Sette" (l'almanacco settimanale del Corriere della sera) è stata pubblicata una ricerca secondo la quale il 38 per cento degli italiani crede che le previsioni astrologiche abbiano una loro validità: è una percentuale superiore alle mie aspettative. Ma se ci sarà un dibattito aperto e senza pregiudizi su questo problema, si potrà anche parlare di criteri di correttezza. Nel mio nuovo libro si ricorda tra l'altro che Olivetti, considerato forse il più illuminato degli imprenditori italiani, credeva nell'astrologia e per assumere dirigenti a certi livelli di responsabilità chiedeva persino l'ora natale per fare la carta dei cieli. E' proprio questo che secondo me non è assolutamente lecito senza informare la persona: credo cioè che si possa anche fare una selezione del personale basata su queste metodologie "esoteriche", purché siano conosciute e accettate dalla persona che dev'essere selezionata. Conosco astrologi che rifiutano per principio di fare ricerche dalle quali può dipendere l'assunzione di una persona al lavoro... e ripeto ancora: non è corretto selezionare il personale in questo modo, a meno che la persona dichiari di non avere niente in contrario. Ci dev'essere consenso e informazione, altrimenti è violazione della privacy.

( Questa intervista a Giorgio Galli è già apparsa sul n. 35 della rivista Informazione Filosofica, anno VII, dicembre 1997 )

Giorgio Galli, Politica e New Age: William Blake & Internet

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